Da San Servolo prendo l’ultimo 20 per San Marco/San Zaccaria. Da lì il 2 per Tronchetto, poi un bus per tornare a Roma. Sceso dal secondo vaporetto mi dirigo alla fermata, di nuovo su strada, con almeno un’ora e mezzo d’anticipo. Mi guardo attorno. Le deboli ondine della laguna lambiscono un rimasuglio di litorale. Alla mia destra vedo un edificio dalla superficie specchiante. Guardo l’acqua lagunare e il suo brillio riflettersi sulla facciata. Gli intensi dodici giorni di Venezia ottantatré sono giunti al termine; il festival che abbiamo aspettato tanto e a cui abbiamo dedicato un’enorme quantità del nostro tempo e delle nostre energie ci lascia una sensazione di vuoto interiore, una sorta di mancanza che appesantisce l’animo, quella che ti impone di camminare strascicando i piedi a terra mentre affaticato e timoroso ti dirigi verso la quotidianità abbondantemente più ardua. Forse esagero; ma quando si torna a casa, mentre l’acqua diventa un riflesso e il suo sciabordio si attenua, si esperisce un miscuglio di stanchezza e nostalgia per un ambiente e per sensazioni uniche che avremo modo di risperimentare soltanto l’anno successivo. Francesca, non appena le chiedo un parere sulla sua prima Venezia da poco conclusa, con le sue parole integra a questo mio malinconico sentire una significativa dose di entusiasmo tale da ricalibrare il mio animo: «Ho provato qualcosa di assurdo. Non è la prima volta, ma non immaginavo potesse essere così intenso. Non appena si è concluso il festival, non ho fatto che pensare all’anno prossimo, a quando saremo di nuovo là, al netto di tutte le difficoltà: le quattro ore di sonno costanti, il nutrirsi di grissini e frutta, il caldo fuori, il freddo gelido nelle sale, le corse, l’essere continuamente inondati da visioni, lingue, immagini, culture e idee. È bello pensare costantemente ai film e scriverne e ragionarne da sola e con altre persone. Mi ha stranito l’idea di essere a Venezia, di dormirci, e allo stesso tempo di non avere mai avuto davvero la consapevolezza di dove abitassi. Venezia è una delle città più particolari del mondo, ma in questo periodo non la vivi realmente perché devi andare al Lido (una Mondello più pulita, sottolinea), anonima dal punto di vista architettonico ma meravigliosa dal punto di vista ambientale. È passare da una scatola a un’altra scatola. Mi ha impressionato anche la dimensione di eventi come questo, che da vicino sembrano più piccoli e accessibili. Non è così privato come sembra. Ci sono sì le star o i giornalisti, ma anche il pubblico e i veneziani che abitano. Tra adrenalina e follia e difficoltà non vedo l’ora che sia l’anno prossimo». Dopo L’attesa di Venezia ottantatré vogliamo esporvi il suo concretizzarsi. Questo articolo fa infatti parte di una trilogia che caratterizzerà ogni uscita di questa rubrica. Avete avuto modo di leggere il prima; ora è il momento del durante, ovvero del come abbiamo vissuto il festival in seguito alle crescenti aspettative. In futuro leggerete il dopo, ciò che secondo noi sarà rimasto dei giorni e dei film veneziani a distanza di tempo.
La domanda a cui più ci preme rispondere, e che ci siamo posti non appena cominciata la prima riunione post-veneziana, è: abbiamo funzionato come redazione? Sì. Siamo rimasti soddisfatti dagli articoli scritti e dai video realizzati per YouTube (un po’ meno dall’uso ingenuo e poco ponderato che abbiamo fatto di Instagram, forse incapaci di assecondarne le pretese algoritmiche). Siamo stati appagati anche dal modo in cui riuscivamo a coordinarci per incastrare orari e film e recensioni e da come, quando insorgevano imprevisti, comunicavamo immediatamente l’un l’altro così da poterci riorganizzare. Ammetto che il sottoscritto è stato un po’ carente di reattività, ma fare il giurato è stato più impegnativo di quanto mi aspettassi, soprattutto durante gli ultimi giorni di festival. Se avete avuto modo di guardare i video usciti sul canale YouTube, noterete come la mia presenza sia piuttosto risicata (e, mi permetto di dire, superflua). Questo perché le due o tre proiezioni giornaliere dei classici in sala Corinto, o più raramente in Pasinetti, terminavano poco dopo gli incontri degli altri, che poi si sparpagliavano per successivi impegni, oppure si svolgevano in concomitanza con le riunioni, in una stanza-ristorante o nella veranda sul tetto del palazzo del Casinò. Con gli altri ventitré membri della giuria, presieduta da Daniele Vicari e con il contributo del selezionatore Federico Gironi, abbiamo deciso di premiare La lunga notte del ’43 (1960) di Florestano Vancini, restaurato da Fondazione Cineteca di Bologna, in collaborazione con Compass Film. Alle motivazioni, che potete trovare qui (a 1:20:58), vorrei aggiungere una considerazione di Massimiliano Schiavoni, estratta dalla sua recensione su Il delitto Matteotti (1973), che credo riassuma al meglio l’opera di Vancini e che mi fa piacere condividere: «È in ultima analisi un cinema estremamente generoso, che ama il proprio pubblico, mosso dal profondo desiderio di chiamare le cose col loro nome, merce sempre più rara nei nostri pallidi (se non cupi) orizzonti. Che ama, sopra ogni cosa, la propria gente e il proprio Paese. Quello nato dopo il ’45. Solo nella democrazia può esistere un vero popolo. Il resto è solo paccottiglia». Essere giurati è stata un’esperienza arricchente, diversa da ciò a cui sono abituato, di cui, ahimè, non posso scrivere molto (ho un foglio che mi invita a non farlo); del resto, la riservatezza e il mistero che circondano le discussioni in giuria, così come l’impossibilità di rivelare pubblicamente quali film siano arrivati alle fasi finali o le motivazioni per cui altri sono stati scartati sono prerogative fondamentali per chi vuole parteciparvi (contribuendo così ad accentuarne il fascino).
Ma ora torniamo a noi, a YouTube e alla redazione. Tutti impegnati a correre su e giù per l’area adibita del festival, spostandoci continuamente tra una sala e l’altra e con gli articoli da scrivere, non avremmo trovato anche il tempo per montare i video. È qui che subentra Lorenzo, figura tanto furtiva e pacata quanto essenziale, presenza invisibile agli occhi della telecamera ma imprescindibile per la nostra macchina redazionale. Mi racconta: «Sono esattamente dieci anni che mi ripetevo di voler andare al festival di Venezia. Dieci anni che seguo l’evento da appassionato, guardando video. Devo dire che viverla in prima persona è stato incredibile, un’esperienza unica, per quanto sia stato un tour de force. E in più ho contribuito a un’attività che ho sempre vissuto da osservatore. Montando i video ho visto i vostri [nostri] pensieri evolversi e mi è piaciuto ascoltarvi parlare dei film in modo così personale; è ciò che mi interessa di più. È stata una parte importante dell’esperienza, determinante nel ricordo che conserverò. E ho visto anche Barbera, ammetto che è stato emozionante, lo stimo molto». Lorenzo ha lavorato instancabilmente ogni pomeriggio seduto sul pavimento fuori dalla sala stampa al terzo piano del Palazzo del Casinò, obbligato, come Francesca, dalle limitazioni imposte dall’accredito verde – in sala stampa possono entrare soltanto i possessori di badge rossi e blu. Il primo weekend (cinque e sei settembre) ci ha messo davanti a un ostacolo che non avevamo minimamente messo in conto e che ci ha costretti a inaugurare le pubblicazioni video con qualche giorno di ritardo: la connessione internet. Il festival era talmente affollato di persone che la rete dati risultava di fatto inutilizzabile, complicando non poco i caricamenti. Lorenzo contava sul Wi-Fi della sala stampa, ma anche questo, soffocato dal brulichio di dispositivi, vacillava. Sembrava che il Lido fosse schermato. Del resto, il primo weekend è tradizionalmente quello di maggiore affluenza; è il momento in cui si concentrano molte delle presenze più attese e delle proiezioni più chiacchierate. Solo il sabato sfilavano sul red carpet Robert Pattinson per Primetime, Nanni Moretti, Louis Garrel e Jasmine Trinca per Succederà questa notte e Liam e Noel Gallagher per Oasis: Don’t Look Back in Anger. Nei giorni successivi, con il progressivo diradarsi del pubblico e il diminuire dell’affollamento nelle aree del festival, anche la connessione è andata lentamente normalizzandosi.
Se i video sono stati un test e hanno richiesto una notevole dedizione (più di quanto avessimo previsto), gli articoli hanno rappresentato il fulcro, nonché il punto di partenza, del nostro lavoro redazionale. Come già anticipato, in questo caso tutto è proseguito senza intoppi e gli eventuali imprevisti sono stati risolti con facilità. Trentasei articoli scritti da cinque persone, con ogni scadenza rispettata. Tutto il concorso è stato coperto, come da obiettivo, ad eccezione di un singolo film. Da qui, una piccola parentesi sul tanto atteso e chiacchierato (almeno durante i giorni del festival) DAU di Ilya Khrzhanovsky. L’otto settembre sera eravamo finalmente tutti riuniti e con un po’ di tempo libero. Dopo qualche trancio di pizza e un quantitativo rilevante di spritz in corpo siamo entranti nella sala Perla per la proiezione delle 21:30 (significativi i 195 minuti di durata), tranne Dario che lungimirante aveva deciso di abbandonarci e tornarsene a casa. Parentesi nella parentesi: Dario quest’anno dice di non essere stato suggestionato dalla FOMO (oltre a non essersi sorprendentemente ammalato). Ha visto soltanto ciò che aveva voglia di vedere e ciò che doveva recensire; «E sono stato più sereno. Sono stato stressato soltanto durante il primo giorno, quando avevo ancora l’ansia del primo articolo da scrivere per Querelle da Venezia (parla di Wild Horse Nine di Martin McDonagh. Il sottoscritto l’ha incontrato sdraiato al parco intento a digitare sulla tastiera, al limite dello sconforto). Dopodiché le giornate sono fluite più regolarmente. È stato l’anno con più impegni, eppure avevo la sensazione che tutto fosse sotto controllo; il festival era diventato un habitat nel quale riuscivo finalmente a respirare. Ed è esattamente questo che voglio provare quando sono a Venezia. Serenità, tranquillità e la sensazione che ogni cosa trovi naturalmente il proprio posto. Quest’anno è successo, quasi magicamente. Forse perché quando ti senti parte di qualcosa tutto concorre all’ordine». Ma ritornando a DAU, avevamo passato la serata a parlare sovraeccitati, non trascurabile il fervore di Pompeo, da ciò che stavamo facendo e ragionando già su cosa avremmo potuto migliorare l’anno successivo. Alla fine, la stanchezza e la voglia di stare ancora insieme hanno prevalso sulla volontà effettiva di vedere il film. In ogni caso ci siamo seduti sulle poltroncine; poco dopo le luci si sono spente e il film è cominciato. Nonostante la tenacia e la salda volontà morale, DAU lo abbiamo seguito a frammenti, ciondolando a destra e a sinistra con le teste, dormendo involontariamente alternati, finché all’intervallo non abbiamo deciso in comune accordo di abbandonare la sala. Per questo motivo è l’unico film in concorso di cui non è disponibile una recensione sul sito, per quello che è stato soprannominato il nostro primo fallimento, un gesto di ignavia che ha gravato soprattutto su Matteo che, preciso e puntuale, ancora oggi non è riuscito a perdonarsi del tutto. Dario, invece, sta benissimo.

Mi vengono in mente altre situazioni da esporre, forse superflue ai fini del racconto, ma fondamentali per il ricordo che desidero avere o per, come ha specificato Francesca all’inizio di questo articolo, rendere il festival più vicino di come sembra apparire, vissuto da persone normali quali siamo. Quindi dopo essermi crucciato per giorni sul senso o meno dell’elencarle, ho scelto di trascriverne almeno due, ovvero come il festival è cominciato e come si è concluso. Il primo giorno il mio treno per Firenze ha accumulato quaranta minuti di ritardo, minuti che mi hanno fatto perdere la coincidenza per Venezia costringendomi a salire su un altro treno e a comprare un nuovo biglietto. C’erano persone sui binari, si giustificava la voce di Trenitalia. Dario invece è stato multato per aver acquistato un biglietto per la tratta sbagliata. Non era giornata per la magnanimità. Una volta arrivato alla stazione di Venezia Santa Lucia mi sono incontrato con Dario, con cui mi ero dato appuntamento, e Ludovico, come me membro della giuria (che non conoscevo fino a quel momento). Opinionista avvincente, sarebbe stato anche il mio compagno di stanza per quei giorni. Tutti e tre siamo saliti sul vaporetto senza essere del tutto certi, come ogni anno, di aver preso quello giusto. Tra un imprevisto e l’altro, mi si è rotta anche la valigia.
A fine festival invece abbiamo organizzato una cena di redazione in compagnia di altri amici, l’ultima sera – almeno per gli altri, io sono rimasto un giorno in più per la possibilità di partecipare in qualità giurato alla serata di premiazione, che per quanto mi entusiasmasse all’idea, poi si è rivelata tremendamente imbolsita, un momento in cui si la spontaneità viene compressa in funzione di una farlocca strutturazione. Comunque, abbiamo cenato in un ristorante cinese al Lido, già noto e frequentato annualmente da Pompeo, Matteo e Dario. Eravamo tutti piuttosto malinconici, ma non lo davamo molto a vedere (tranne Lorenzo). Un appunto su Matteo: non l’avevo mai visto così gioioso nel viversi il festival. Nemmeno l’inconveniente delle cimici dei letti, le cui punture gli hanno lasciato segni che porta tuttora, hanno potuto abbassare il suo morale. Già vi ho raccontato, nel precedente articolo, il suo approccio alla preparazione, un approccio da me e da lui stesso definito militare. Quest’anno si è occupato di tre redazioni. Con una si è concentrato sui video e sulle interviste, con un’altra sulla sola scrittura di recensioni e per Querelle su entrambe le attività con l’aggiunta della revisione e del caricamento degli articoli. Sostiene che la qualità dei film sia stata alta: «È il Concorso più bello da quando vengo a Venezia, diverso rispetto al solito», forse anche per i vari motivi da lui analizzati pre-festival – che potete leggere qui. Le incognite proposte da un insolito Concorso, sprovvisto delle ormai tipiche grandi produzioni hollywoodiane hanno alimentato curiosità ed entusiasmo, rendendo la programmazione più imprevedibile.
Un’altra volta Venezia ci ha offerto tanto in termini filmici, lavorativi e di amicizia consolidata. Una domanda che si è posto Matteo nel quinto daily parlando del bellissimo Look Back di Hirokazu Kore’eda: «Le nostre passioni sarebbero tali o diventerebbero qualcosa in più se non incontrassimo qualcuno con cui condividerle?», mi permettono di chiudere l’articolo con le parole di Dario, che vi ricordo abita a Nerviano, e di Pompeo in seguito alla mia domanda: «Come hai vissuto questa Venezia?», e che a dire il vero sintetizzano questo mio prolisso divagare e rispondono al quesito proposto da Matteo. «Pensare di avere Querelle, sapere che avremmo continuato a lavorarci, non soltanto durante il festival ma anche dopo, mi ha fatto vivere diversamente l’idea della sua fine. Di solito la fine di Venezia coincideva anche con il concludersi dei nostri incontri regolari, destinati a riprendere soltanto l’anno successivo, sempre qui. Adesso, invece, sapere che ci aspettano le riunioni settimanali rende questa fine molto meno definitiva, e rende me più felice».
E infine Pompeo: «Questa Venezia è stata molto divertente, ma anche molto impegnativa. Sono due estremi, mi rendo conto. Il tempo è volato pur essendo stati dieci giorni no-stop (altra piccola intrusione del sottoscritto; sono cinque anni che Pompeo ripete a tutti che l’anno successivo si farà solo metà festival, perché dodici giorni sono troppo per la sua pazienza. Non è ancora successo). Per me è stata una presa di coscienza. Questa è la cosa che mi piacerebbe fare come lavoro. Stare insieme e discutere di programmazione, discutere di qualcosa di nostro. Quest’anno Venezia mi ha fatto capire che è questo ciò che vorrei fare».
Illustrazioni di Alessandra Comparetto