Certe volte le aspettative non vengono rispettate, altre volte vengono scosse e ricomposte, per poi rendersi conto che in fondo non si aveva così tanta ragione e che se si fosse stati più attenti o riflessivi quelle aspettative non si sarebbero create e, magari, la delusione o lo stupore sarebbero stati più contenuti. È quello che mi è capitato guardando Primetime. Mi aspettavo un film interamente dedicato al giornalista e conduttore televisivo Chris Hansen e al suo programma To Catch a Predator, ma mi sono ritrovato dentro a una narrazione corale sul funzionamento organico di un programma televisivo. Ho sbagliato. Ho sbagliato perché sarebbe bastato ricordarsi dei due precedenti documentari di Lance Oppenheim (Primetime è il primo film di finzione) per intuire la traiettoria che questo movimentato biopic avrebbe preso.

Oppenheim infatti non sembra (non è) interessato a ricostruire una biografia scrupolosa di un personaggio pubblico e controverso, quanto ad entrare nei microcosmi che compongono una macchina più grande, isolandone di volta in volta gli elementi necessari a restituirne una visione panoramica. In Some Kind of Heaven, ad esempio, seguiva solo alcuni anziani per mostrare la vita al The Village in Florida, una gigantesca area residenziale progettata specificamente come comunità per over cinquantacinque, mentre in Spermworld si interessava alla vita di tre donatori di sperma online (il mondo online come potente, sfaccettata e talvolta pericolosa via di comunicazione si ritrova anche in Primetime, tratto dall’articolo Tonight on Dateline This Man Will Die di Luke Dittrich anche Some Kind of Heaven aveva a che fare con l’editoria, prodotto dal The New York Times; Oppenheim prima di essere un regista è un giornalista).

E ora, cos’è To Catch a Predator? Il programma era costruito attorno a operazioni-trappola ai danni di adulti che contattavano online ragazzi minorenni (adulti usati dalla produzione come esche); venivano attirate in una casa-set dove telecamere nascoste documentavano il loro arrivo. Dopo qualche scenetta per intensificare il disgusto dello spettatore, Hansen li affrontava ripugnato e li accusava e li interrogava e li riprendeva, mentre la polizia interveniva per gli arresti non appena l’adescatore di turno usciva.

È qui che emerge la questione più interessante di Primetime, e che a questo punto sembra essere un caposaldo per il giovane cineasta, ovvero il rapporto criticamente instabile tra vero e falso. Oppenheim sembra introdurre la realtà dentro una struttura dichiaratamente scritta, lasciando che le due dimensioni si contaminino fino a diventare quasi indistinguibili. Ricorda il meno riuscito Bucking Fastard di Herzog e il suo inserire elementi di realtà perturbanti o violenti dentro un impianto che non pretende di essere solo documentario. Oppure vengono in mente i documentari stessi del cineasta statunitense, scritti e allestiti tanto da sembrare film di finzione. Ma qui il procedimento sembra ancora più radicale e ben gestito, perché non si tratta soltanto di far irrompere il reale nella finzione, ma è come se il film suggerisse che la televisione stessa funzioni già attraverso il produrre confusione, attraverso il modellare una realtà continuamente scritturata, manipolata e rimessa in scena.

Il risultato è una sorta di effetto flou che investe tutto il film, visivamente e non. Non soltanto i confini tra documentario e finzione, ma anche quelli tra persone e personaggi, tra ciò che accade e ciò che viene prodotto perché accada, tra chi guarda e chi viene guardato. Primetime non sembra voler risolvere questa ambiguità, quanto piuttosto farsi avvolgere; più ci si avvicina ai suoi protagonisti, più diventa difficile capire dove finisca la persona e dove cominci la sua funzione all’interno dello spettacolo (il ventitreenne-tredicenne Dan Plumb ne è forse il paradigma). La televisione non trasforma il vero in falso, ma finisce per rendere il vero stesso indistinguibile dalla sua messa in scena. Un buon esordio a tratti sbilanciato. I nostri occhi curiosi sono puntati su Lance Oppenheim.