Le occasioni sono come le orecchie, vanno in coppia. Suona grosso modo così la massima che il barista Sergio regala a Matteo (Louis Garrel) in una delle sequenze iniziali di Succederà questa notte, il nuovo lungometraggio di Nanni Moretti presentato in Concorso a Venezia 83. E l’intero progetto, tratto da una raccolta di Eshkol Nevo intitolata Legami, ha in effetti tutta l’aria di una seconda occasione, a seguito della tiepida accoglienza riservata nel 2021 a Tre piani (anch’esso adattato a partire da un testo dello scrittore israeliano).
Contraddistinto dal solito grande cast (Louis Garrel, Jasmine Trinca, Angela Finocchiaro, Nanni Moretti…), il film si apre su vedute di Oslo. Quindi si trasferisce in India, in Italia, in Spagna e poi di nuovo a Roma. Lungo le strade delle persone peggiori del mondo, o forse delle madri peggiori del mondo: quelle scomparse per paura dietro una porta scorrevole, e quelle che le hanno fatte sentire inadeguate. O ancora quelle che madri lo devono ancora diventare, per poi smarrire, momentaneamente, i propri figli e se stesse, disorientate dal presente, intimorite dal domani, al punto da arrivare a strapparsi il futuro dalla faccia.
È in questi momenti che è fondamentale resistere, provare a rimanere in piedi, perfino di fronte a sangue e proiettili (di scena), quando il mondo invoca la tua caduta. È fondamentale tradire il copione, riscriverlo insomma, moltiplicare i set e abitarli, siano essi reali, immaginati, o ambienti in cui la verità sconfina nel sogno.
Succederà questa notte è un altro viaggio nel tempo e nello spazio, quello di Matteo e di suo padre, di Greta e della figlia Anna, di personaggi legati e separati dal destino, dal progressivo intersecarsi delle trame della vita, o dal caso. Un film di corpi ed emozioni, del loro progressivo evolversi e imprimersi sulla pelle. Un film di superfici, di porte chiuse e finestrini, su cui immaginare baci, nuovi rapporti e possibilità, vie di fuga e di salvezza.
Moretti ripropone la struttura che fu di Tre piani, lineare e insieme spezzettata, fortemente ancorata ai suoi frammenti, raccontati come intervalli di esistenza più o meno felice, ma vissuta, anche nel dolore e nell’apatia. Una scelta coerente con questa sua nuova/ultima fase di carriera, con un cinema che nel tempo ha diluito la rabbia generazionale di Apicella per acquisire intimità, controllo, perfino tristezza. E che qui, come già avvenuto in Tre piani, soffre forse fin troppo le “recinzioni” imposte dalla controparte cartacea, perdendo l’imprevedibilità delle improvvise sterzate morettiane, e quel disordine anarchico (e autarchico) che ha sempre valorizzato e segnato le immagini dell’autore.
«Con i racconti faccio fatica», ammette del resto una cliente (o il regista?) nella libreria di Matteo, e al di là della parziale sensazione di claustrofobia strutturale, il film vive anche di intuizioni e di grandi ribaltamenti di campo (da tennis), riuscendo a bilanciare qualche parziale giro a vuoto con diverse “fiammate” vecchio stile – come la corsa sul campo da basket che riporta in vita Don Giulio di La messa è finita (1985), o le coreografie di ballo che gridano la libertà di amare e rimanere fedeli all'infedeltà.
Tra omaggi “alleniani” (sempre il campo da tennis) e frangenti alla Richard Curtis (il confronto finale, nel meta-dialogo a due, ricorda l’epilogo di Notting Hill), Nanni Moretti dirige così un film di luci e ombre. Che vibra del suo cinema, senza mai raggiungerne le vette stilistiche e concettuali. Provato forse dalla fatica del lungo percorso, ma ancora in corsa per gli ultimi chilometri.
Del resto, sembra suggerire il film, è preferibile spegnersi durante il viaggio. Come il padre di Matteo, abbandonatosi al sonno dopo aver esaudito il suo più grande desiderio e aver fatto l'amore con la vita ancora per un po'.