Avevo nove anni la prima volta che ho visitato Venezia, insieme ai miei genitori e a mio fratello. Allora non avrei mai immaginato che questa città potesse diventare per me una meta annuale fissa, un appuntamento irrinunciabile. Ogni anno la aspetto con entusiasmo, ritrovandomi puntualmente a desiderare che i mesi estivi finiscano il prima possibile per arrivare a settembre (o a fine agosto, dipende dall’anno) e tornare al Lido per seguire la Mostra del cinema. Sono ormai cinque anni che vivo il festival. I primi tre solo come spettatore e appassionato, dal quarto anche come critico – e ciò mi entusiasma. Questa volta però sarà parecchio diversa dalle precedenti, per due motivi: sarò membro della giuria di Venezia Classici (una selezione dei migliori restauri di film classici realizzati nel corso dell’ultimo anno) e allo stesso tempo sarà la prima Venezia di Querelle. Per noi fondatori della redazione (fatta eccezione per Francesca che parteciperà alla sua prima Mostra e su cui torneremo dopo) Venezia è un luogo fondamentale. Chi più chi meno, ci conoscevamo già prima del festival, ma è qui che i nostri rapporti hanno cominciato a consolidarsi, condividendo la casa (io, Pompeo e Dario) e incontrando ogni giorno Matteo al Lido, assistendo insieme alle proiezioni, discutendo sui film (e bevendo – anche qui, chi più chi meno) abbiamo posto le basi per un legame che va oltre il lavoro e che ora confluisce in Querelle.

Quest’anno il festival inizia il due settembre e si conclude il dodici. In realtà, comincia molto prima della proiezione del film d’apertura, con l’annuncio della selezione ufficiale e i relativi titoli confermati o smentiti – se non ancora prima (per noi sicuramente). Dovendo organizzare il lancio della rivista abbiamo infatti lavorato e organizzato le pubblicazioni degli ultimi mesi in funzione della Mostra. Ogni decisione, ogni articolo della newsletter pre-apertura del sito, ogni riunione di luglio e agosto (ma non solo, a dirla tutta) ha avuto come fulcro Venezia sia come città sia come evento da raccontare. Questo già dice molto di noi, del nostro spropositato e a tratti forse eccessivo amore per il cinema e per la Mostra. Considerato quanto sopra, il fervoroso attendere ci conduce a questo articolo che inaugura una rubrica dedicata a uno spazio narrativo che spesso sfugge allo sguardo ma che, in un’attualità dominata dall’immediatezza, dalla rincorsa costante e febbrile dell’evento e dalla necessità di essere sempre presenti (FOMO), riteniamo significativo: l’attesa. Attendere significa molto più che aspettare passivamente l’arrivo di qualcosa e raccontarne le dinamiche implica osservare la progressiva costruzione di un desiderio, seguire la nascita di un’aspettativa, descrivere il modo in cui le persone si preparano all’incontro con ciò che amano (o, perché no, con ciò che odiano). È un intervallo dove si accumulano speranze, timori, teorie, fantasie, discussioni, gioie, logoramenti e ossessioni che meritano di essere narrati tanto quanto l’evento stesso. E poiché L’attesa vuole soffermarsi, prima degli eventi, sulle persone che, appunto, li attendono, non possiamo che partire da noi e approfondire questa nostra ossessione ostinata, cogliendo l’occasione anche per presentarci – almeno in parte.

Del sottoscritto ho già reso note tutte le informazioni necessarie. La mia prima Venezia come membro di Querelle la vivrò anche nell’atipico ruolo di giurato. Sono già stato parte di qualche giuria in altri festival più piccoli a Roma, ma è sinceramente emozionante pensare di farlo per la Mostra del cinema (di nuovo, sei anni fa non l’avrei immaginato). Vivrò quindi un festival diverso rispetto alle edizioni passate, dove mi sono concentrato soprattutto sui film del Concorso o di Orizzonti anche, ma non solo, per le esigenze delle testate per cui scrivo. Vivrò un concorso parallelo composto da film provenienti da epoche diverse, alcuni già visti, altri solo conosciuti e che in condizioni normali non avrei avuto modo di guardare, almeno non qui (se non due o tre, come spesso è capitato). Vorrei sottolineare come agosto, per chi va a Venezia, è anche il mese dei recuperi. Tutti dedicano il proprio tempo agli altri film dei registi selezionati, soprattutto del Concorso, lasciando che l’attesa per le nuove opere cresca insieme a una comprensione più profonda della poetica e del loro percorso autoriale. Ecco, per arrivare il più preparato possibile sto seguendo lo stesso approccio, ma con i registi di Venezia Classici – e con alcuni, pochi, autori presenti nelle altre sezioni che più mi incuriosiscono, nella speranza di riuscire a trovare il tempo di vedere anche i loro film e di poterci poi scrivere. Ero sinceramente convinto che Venezia 82 sarebbe stata la mia ultima edizione, almeno per qualche anno; finché Querelle non ha riacceso il mio interesse per il cinema (per il guardare il cinema) e per la scrittura che credevo ormai sopiti, restituendomi un entusiasmo che da tempo non mi apparteneva più e che in tutta onestà mi mancava.

Ora che posso sottrarmi dall’equazione, voglio proseguire raccontando Dario, la componente milanese di Querelle (e per questo il festival è l’unico momento che abbiamo per stare tutti insieme). Per noi, Venezia è possibile grazie a lui che pone le basi per la permanenza organizzando l’intero soggiorno. Ogni anno, da quattro anni, prendiamo lo stesso accogliente ma soprattutto comodo appartamento vicino a San Marco e al vaporetto linea venti per il Lido – fatta eccezione per Matteo (come già anticipato) che fino alla scorsa edizione ha potuto godere del gentile contributo ospitale di un amico, regalandosi anni di permanenze senza spese d’affitto, ma che ora, per questa Mostra e si suppone per le prossime, dovrà condividere lo spazio con noi a causa del trasferimento del suddetto amico in un’altra città; sembrava che quest’anno noi di Querelle avremmo avuto finalmente l’opportunità di stare tutti insieme, ma il sottoscritto avrà un alloggio gentilmente offerto dalla Biennale, mentre Pompeo starà al Lido (alla completa unione, ancora una volta, ci penseremo il prossimo anno). In ogni caso, è Dario che contatta la proprietaria, che controlla le date, che verifica la presenza o meno di tutti, evidentemente galvanizzato dall’idea di essere anche il San Pietro dell’appartamento.

Dario mi ha spiegato che durante l’estate tende a romanticizzare il festival, nonostante sia perfettamente conscio di tutti i difetti e della fatica che questo comporterà. Per chiarire la sensazione, mi ha raccontato del paragone usato quando vuole descrivere cosa significhi per lui tornare a Venezia. Definendosi un montanaro, ogni anno affronta una stessa camminata di cinque ore, tutta in salita. C’è sempre un momento durante il percorso, al culmine dello sforzo, in cui si domanda cosa lo spinga a riaffrontarla. Poi, dopo aver raggiunto la cima, essersi goduto l’aria pulita, il bel panorama e aver assaporato la soddisfazione di essere arrivato (vivo), una volta rientrato a valle si promette che non percorrerà mai più quel tragitto, mentendo ovviamente a sé stesso. «Il festival è la stessa cosa. È faticoso, ma trovo ancora esaltante raccontare che passerò dieci giorni a Venezia, dove mi sveglio e poi guardo un film, mangio una pizza e poi guardo un film, mi riposo o scrivo e poi guardo altri film. È una dimensione strana, in cui tutto, per un po’, sembra fermarsi, come la camminata in montagna. Il mio corpo non è preparato a quei ritmi, perciò ci saranno sempre due o tre giorni in cui starò male e dovrò ingurgitare pastiglie; non ci sono abituato. Allora perché mi piace così tanto se ho l’ansia di addormentarmi in sala e di non ricordare un film di cui poi dovrò scrivere, o se ho paura di dover consegnare troppi articoli, troppo in fretta, e di finire le idee? Eppure continuare a partecipare mi fa stare bene». Continua spiegandomi che a Venezia si sente allo stesso tempo pienamente dentro al mondo del cinema e fuori dal “mondo normale”. Venezia è una città diversa da qualunque altra. Al suo interno si ha la sensazione di entrare in una dimensione quasi sospesa, sensazione che al Lido si intensifica – orbitiamo attorno alle strutture adibite al festival – e che contribuisce a scindere quei giorni dal resto dell’anno. Dario ha lasciato Roma per ragioni lavorative, e forse anche nostalgiche, ma sicuramente con il terrore di non riuscire a dedicare almeno una parte della propria vita al cinema. Oggi, mettendo insieme impieghi diversi, sente di esserci almeno in parte riuscito. Ci sono comunque periodi dell’anno, racconta, in cui è talmente preso dal tentativo di portare a termine gli impegni della giornata da dimenticare perché sta facendo tutto questo. «Perché mi piace il cinema, fermarmi a vedere un film, parlarne, approfondire o leggere un libro su un determinato autore. Ogni tanto ho bisogno di ricordarmelo». Venezia è una parentesi magica che pur con tutte le sue contraddizioni gli riporta alla mente il motivo per cui gli (ci) piace così tanto. È il momento in cui esiste solo il cinema e in cui è autorizzato a pensare solo ai film; un lusso che durante il resto dell’anno non gli è concesso.

Poi c’è Pompeo, la cui attesa di Venezia quest’anno è evidentemente più sentita del solito. Da una parte è entusiasta della selezione (soprattutto per la presenza di Mario Martone, uno dei suoi registi italiani preferiti, di Stéphane Brizé, di Lee Chang-dong e di Ali Asgari, cineasta che tutti in redazione seguiamo con piacere e particolare interesse da qualche anno e che siamo contenti di vedere in concorso), dall’altra è stimolato dall’avvio del nostro progetto editoriale, accompagnato anche dalla sensazione comune di trovarsi davanti a un primo grande “boss di fine livello” già conosciuto, ma che stavolta dobbiamo affrontare con una nostra neonata creazione. Quando ho chiesto a Pompeo di spiegarmi cosa comportasse per lui aspettare il festival, mi ha parlato con sicurezza del suo modo di concepire il rapporto tra la vita e l’arte e della possibilità che queste due dimensioni si intreccino in modi imprevedibili e significativi: «Intendo che uno dei miei idoli assoluti è John Cassavetes, presente tra l’altro durante questa Venezia con il restauro di Minnie e Moskowitz (1971). È sufficiente guardare i suoi film per capire quello che dico. Per Cassavetes viene prima la vita e poi l’arte, però è l’arte a raccontare la vita. Così nei suoi film si intrecciano continuamente l’autobiografismo e il cinema, in una serie di concatenazioni che trovano forse la loro massima espressione in Una moglie (1974), dove riesce a rappresentare Gena Rowlands con una straordinaria intensità poetica. Tra l’altro il film fu girato veramente a casa dello stesso Cassavetes, che era anche il luogo in cui lui e la sua troupe montavano i loro film indipendenti. Forse è una mia convinzione, ma credo che sia necessario prima vivere per raccontare le cose». Dunque, intraprendere un progetto editoriale a partire da Venezia, dopo gli anni condivisi dentro e fuori dal festival, è anche un modo per dare forma a quest’esperienza e continuare a raccontarla attraverso il nostro sguardo, facendo della rivista la naturale prosecuzione di un percorso già vissuto insieme. Infine, ricordandoci e considerando che Pompeo è il caporedattore della sezione Letteratura, viene spontaneo chiedersi quali libri si porterà con sé quest’anno.

Oltre alle persone con cui scegliamo di andare, il festival può creare relazioni che esistono soltanto al suo interno, legate a quello spazio e a quel tempo precisi. Sto parlando degli amici da festival, figure che appaiono durante gli undici giorni di Mostra per evaporare il dodicesimo. Puoi incontrarli casualmente durante una proiezione, mentre aspetti in coda per entrare in sala, al parco o banalmente in giro per il Lido; e non appena vi riconoscete vi salutate con l’entusiasmo riservato a un vecchio amico. Io e Matteo fino all’anno scorso e per almeno due edizioni (81ª e 82ª) siamo stati amici da festival. Esistevamo l’uno per l’altro solo durante quei pochi giorni della Mostra, interrompendo del tutto i contatti per il resto dell’anno; non ci messaggiavamo né ci incontravamo (fatta eccezione per una volta, casualmente, all’uscita dell’anteprima stampa romana di Piece by Piece. Fu strano). Dal novembre del 2025, quando tutti insieme ci siamo riuniti per fondare Querelle, io e Matteo abbiamo definitivamente smesso di essere amici da festival (per chiarire i rapporti tra noi membri è necessario sottolineare come Matteo, Pompeo e Dario si conoscessero e frequentassero anche al di fuori di Venezia, grazie a un’altra redazione per cui tutti e tre, e Francesca, scrivono). Questa premessa per dire che non ho mai visto Matteo prepararsi per il festival o come vive l’attesa. E mentre io, come gli altri, cominciamo recuperando i film che ci mancano, per lui è tutta un’altra storia. Abbiamo visto insieme la live di presentazione della selezione ufficiale, durante la quale si è segnato sul suo quadernino ogni film di ogni sezione, per memorizzarli, e per poi trasferire tutto su una lunga e organizzata tabella sul drive suddivisa in quattro colonne: “sezione”, “film”, “regista” e “durata”, un lavoro che a detta sua avrebbe fatto indipendentemente dall’esistenza della rivista, per una questione di programmazione della giornata, ma che a questo punto sfruttiamo anche per il lavoro (ha aggiunto due colonne, una per le immagini che confluiranno sul sito e una per quelle verticali). Poi passa ai film, si fissa su alcuni registi e guarda con metodologia militare tutto (o quasi) quello che riesce a recuperare, finché non esaurisce le filmografie – o minimo una loro metà, quando non è possibile fare altrimenti. E quando i film sono tratti da testi letterari può essere altrettanto importante risalire ai libri da cui sono tratti.

Come accennavo all’inizio del testo, questo tipo di preparazione al festival è necessaria per il lavoro che dobbiamo e vogliamo svolgere, anche da appassionati. Scrivere di cinema diventa una forma di responsabilità, soprattutto nei confronti di quei lettori che non partecipano al festival e che attraverso ciò che scriviamo dovranno decidere se in futuro recuperare o meno un film qui presentato e con quali aspettative avvicinarsi alla visione. Il critico non può permettersi di prendere in giro il proprio interlocutore né di affrontare un film privo di conoscenze e competenze. Matteo, per esempio, concretizza tale idea annotando sul quadernino di cui parlavo prima la filmografia di ogni regista, il suo rapporto con il festival, qualche cenno biografico ed eventualmente le opere precedenti. È un modo per arrivare davanti al film con uno sguardo già orientato e una memoria a cui poter fare riferimento. Perché il festival, con la sua velocità e la sua abbondanza, non concede molto tempo alla conoscenza.

Matteo e Francesca sono siciliani, Dario è lombardo, Pompeo è abruzzese e il sottoscritto è toscano. Per noi ultimi basta salire su un treno o su un bus e indicativamente in minimo due massimo quattro ore siamo a Venezia. Per chi abita in Sicilia (o in Sardegna) la questione è per ovvie ragioni più complessa. Uno dei primi aspetti di cui Matteo ha sentito il bisogno di parlarmi quando gli ho chiesto di raccontarmi la sua attesa è proprio l’organizzazione del volo, un aspetto che io do completamente per scontato. Per Matteo Venezia sancisce la fine dell’estate, sia perché poi torniamo a Roma ricominciando la vita di tutti i giorni, sia perché il volo pone chi viaggia in una prospettiva di fine e d’inizio diversa rispetto a chi prende un treno. Mi ha fatto un esempio: se un cantante dall’estero venisse in Italia e suonasse a Bologna, chi vive a Milano a Firenze o a Roma potrebbe prendere un pullman o un treno, assistere al concerto, al massimo fermarsi una notte e la mattina successiva essere di nuovo a casa. Per un siciliano la stessa cosa richiederebbe un’organizzazione del tutto diversa. Bisognerebbe prenotare un volo per tempo, considerare uno sforzo monetario maggiore e preparare una valigia o uno zaino decidendo anche in base a quanto si è disposti a spendere cosa portarsi dietro. È quindi una differenza che si avverte già nel modo di viaggiare e nella semplicità con cui ci si può spostare. L’aeroporto non ha nulla della familiarità di una stazione perché introduce un’altra idea della distanza. E così la Sicilia e Bologna, o nel nostro caso la Sicilia e Venezia, finiscono per sembrare luoghi appartenenti a uno Stato diverso; perché per chi parte dalla Sicilia raggiungere le città italiane sulla penisola richiede uno sforzo organizzativo paragonabile a quello necessario per andare a Madrid, Parigi o Zagabria. «Conosco e lavoro con diversi critici cinematografici e capita che da Roma vadano al festival di Pesaro o a Perugia, ma nessuno prende un aereo per andare a un festival dello stesso livello a Palermo».

Per Francesca la situazione “volare” è leggermente differente. Tra Palermo e Roma ha avuto un intermezzo durato anni (Bologna) dove sebbene abbia scoperto il vero significato di terraferma, ha fatto i conti con il vivere su un’isola, accettandone i suoi limiti geografici e abituandosi agli spostamenti aerei, a dover organizzare i viaggi in anticipo e a non poter decidere da un momento all’altro di salire in macchina o su un mezzo “terreno” e partire. L’unico rammarico del non poter raggiungere luoghi in treno o in bus, mi spiega, è la mancata possibilità di vivere il viaggio osservando dai finestrini il paesaggio (da Roma a Venezia) cambiare. «Però sono già smaterializzata e uscire da qui non mi fa più la stessa impressione di prima. Non mi arrabbio più come una volta, forse perché in questo momento della mia vita sento soprattutto il desiderio di muovermi e di spostarmi». E questa volta, e qui concludo la questione volo, il fatto di dover viaggiare in aereo non le costerà così tanto dal punto di vista emotivo.

Ora, come anticipato all’inizio dell’articolo, l’ottantatreesima Mostra del cinema sarà anche la prima per Francesca e coinciderà anche con la sua prima volta a Venezia. Per lei il festival arriva nel momento in cui ha riallacciato (riacciuffato) un rapporto con il cinema che sembrava essersi troncato, rendendosi conto di quanto fosse in realtà più intenso di quanto ricordasse; una relazione quasi viscerale con l’immagine cinematografica, che affonda le radici nell’infanzia e nella sua famiglia appassionata di cinema, tra i cui ricordi più vividi ci sono le immagini di Blob (Cinico TV, 1992-96) e Il ragazzo selvaggio (1970) di François Truffaut (che da bambina la spaventava). Francesca aspetta Venezia da persona adulta che ha già avuto modo di affrontare alcune esperienze festivaliere – e giornalistiche in ambito quasi esclusivamente teatrale, avendo vissuto a Bologna, uno dei centri nevralgici del teatro. È proprio il teatro ad averle insegnato a ridimensionare quella distanza che spesso separa lo spettatore dalle persone che abitano il mondo dell’arte. È qualcosa che aveva (abbiamo) già sperimentato a Roma, capitale della politica e del cinema, dove la presenza quotidiana di personalità apparentemente irraggiungibili può diventare con il tempo quasi ordinaria, familiare. Invece a Bologna ha visto spettacoli che non avrebbe immaginato o incontrato e intervistato persone che fino a quel momento esistevano soltanto bidimensionalmente su fotografie o erano solo voci o nomi altisonanti, ma che sono finite per diventare presenze carnali. E arrivando a Venezia a quasi ventotto anni, Francesca sente di poter affrontare il festival con una certa calma. Se fosse stata la sua prima esperienza probabilmente l’eccitazione sarebbe stata diversa, quasi incontenibile; oggi invece può permettersi di sentirsi più preparata e ponderata nell’atteggiamento. «Però una cosa che mi sono sempre detta è che nella vita non vorrei mai smettere di meravigliarmi davvero. Quindi mi emoziona perché finalmente “metterò un’altra tacca a questa cintura”. Come ho scritto nel mio ultimo articolo (qui), mi sento abbastanza malata di punti di osservazione. Mi piace guardare, una sorta di voyeurismo strano, però se vuoi scrivere probabilmente vuoi raccontare. E quindi pensare di andare in un posto e di raccontare i suoi movimenti, le persone, cercare di acciuffare uno spirito del tempo, può essere intrigante. E cosa non lo è se non un festival, un momento folle dove stai male anche fisicamente, dove devo svegliarmi presto, scrivere velocemente, fare molte cose ed essere reattiva. L’ho fatto per massimo quattro, cinque giorni; quindi farlo per dieci consecutivi sarà intenso. È un’esperienza sofferta, però me l’aspetto magica». L’altro elemento estraneo allo sguardo di Francesca è Venezia stessa. Per lei il Veneto fino a oggi è stato soprattutto la stazione Verona Porta Nuova, quando ci passava per andare a Trento da Bologna con l’ÖBB diretto a Monaco di Baviera. Ma non avendo visitato la regione, la sua conoscenza si fonda sulle parole delle persone venete che ha incontrato. Anche se in questo momento storico è impossibile non avere un’immaginario, sicuramente una realtà così peculiare avrà un impatto fisico ed emotivo non indifferente, come l’ebbe su di me la prima volta che venni post-gita familiare (era la settantottesima edizione).

Dunque, tornando al festival, Francesca racconta di sentirsi come se stesse raggiungendo una vetta, non perché pensi che dopo questa esperienza non potrà più vedere nulla di meglio, ma perché la considera peculiare sotto ogni punto di vista. Non sarà tanto passare intere giornate in sala quanto poter vedere la laguna e vivere un festival in cui si susseguono i registi più importanti del nostro tempo (o almeno quelli che dovrebbero avere la pretesa di esserlo). Ammette di non avere aspettative chiare e definite e di considerare questa incertezza quasi una forma di apertura all’ignoto e allo stupore, come se fosse meglio non pensarci troppo prima di arrivare e lasciarsi sorprendere da ciò che accadrà. C’è poi una dimensione più intima legata alla partenza di tutti e cinque, redazione e gruppo di amici; proprio per questo il festival sarà, anche secondo lei, una sorta di primo banco di prova per il rapporto che stiamo costruendo.

«Sostanzialmente mi sento una persona anfibia, lagunare a questo punto (la prima volta che se ne rese conto fu ascoltando Freccia Bianca di Lucio Corsi, commossa perché quella canzone esprime esattamente ciò che aveva provato viaggiando su treni, pullman, navi, macchine e anche aerei, chiedendosi se si fosse commossa proprio perché il suo retaggio da isolana le facesse sentire ancora di più lo spostamento). Nelle domande che mi hai fatto sono stata nel mezzo. Sono abituata, ma non so cosa mi aspetterà; sono una donna di isola, di mare e quindi di aria, ma allo stesso tempo ormai lo sono anche di terra, quindi forse quando si cresce si è più anfibi che altro».

Tra una settimana, noi cinque come tante altre persone, smetteremo di aspettare Venezia. Arriveranno le sale, le file, i vaporetti, le recensioni, le prenotazioni, i pochi pasti consumati, le discussioni fino a tarda notte, i video-daily, le non troppe ore di sonno, i film amati e quelli detestati. E saremo esattamente dove volevamo essere.

Illustrazioni di Luca Lombardo