Il batterista tiene il tempo sul timpano, sostenuto, incalzante, come un conto alla rovescia che comunica timore e attesa: qualcuno sta arrivando. E alla fine entra in sala prove, niente meno che Liam Gallagher, il più riottoso e intrattabile dei due fratelli. Il cattivone per antonomasia – anche se a lasciare platealmente il gruppo durante un concerto a Parigi nel 2009 è stato Noel. Però poi per tutto Oasis: Don’t Look Back in Anger (fuori concorso) ci si accorge che forse Liam più che minaccioso c’ha solo il broncio.
I registi Dylan Southern e Will Lovelace, insieme a Steven Knight che scrive la sceneggiatura, seguono Noel e Liam nel tour del 2025 che li ha riuniti, nel tripudio dei fan, nel timido riappacificamento dei due fratelli di Manchester. La cui fama li precede, di rockstar che si azzuffano, ma che nel documentario riescono a sedere allo stesso tavolo, dedicandosi timidi complimenti sulla loro musica e il loro sincero menefreghismo che li ha sempre resi autentici.
Noel la creatività, Liam lo stile. Come sempre è difficile tagliare con l’accetta ruoli e meriti e distribuirli quando si parla, in questo caso, di musica. Gli Oasis sono una delle band più iconiche degli anni Novanta e nel revival che si osserva in questo momento, in cui il mondo intero appare un po' privo di valide idee originali (in primis la moda che guarda ai Dieci che guardano appunto ai Novanta), è possibile scorgerne ancora il segno. Difatti un pregio del documentario di Southern e Lovelace sta proprio in questo: cogliere un’atmosfera, una certezza, cioè banalmente l’amore incondizionato che i fan, di ieri e di oggi, provano per degli artisti evidentemente già immortali per quanto ancora vivi.
Però, ecco, gli piace vincere facile! Più della metà del lavoro l’hanno svolto gli Oasis, il loro immaginario, una storia, musicale e personale, che è già una sceneggiatura perché è permeata di conflitto (e poi, diamine, sono delle rock star! Sono tosti già in partenza) e per ultimi, ma non per importanza, gli stessi fan. Oasis: Don’t Look Back in Anger quindi è un normalissimo documentario su una rock band in cui spiccano dei momenti, proprio delle immagini. Liam con il manico del tamburello sulla testa tenendolo in equilibrio, formando una corona, e inquadrato da lontano non è altro che una figura messianica. Sempre Liam, che con il suo carisma ordina un Poznań alla folla che da lontano è proprio un tappeto umano, il suolo scosso da un sisma. Noel che inizia a cantare ma non serve perché le sue stesse canzoni le sa meglio il pubblico.
Il volto di Noel e in particolare quello di Liam vuol dire una sola cosa: non me ne frega un cazzo. Quel monosopracciglio, gli occhi ghiacciati e all’ingiù, un’espressione manco a pagarla (fatta eccezione per lo sguardo in cagnesco), e poi vabbè il parka, il cappello da pescatore e il resto dell’armadio. Ma, come dice sempre Liam, quando non te ne frega un cazzo è perché te ne frega tantissimo. Eccola qui la rabbia di più generazioni su cui riescono a far breccia gli Oasis, che, se prima iniziavano la rivoluzione dal letto, adesso manco quella, quindi si limitano a guardare storto, appunto; a quittare. Eccola Manchester dalla bocca dei suoi stessi abitanti, che finalmente hanno potuto ascoltare canzoni che parlassero della loro sporcizia e della loro incazzatura e della loro essenza.
Non mancano i momenti divertenti, come il capo della squadra di sorveglianza di Cardiff che durante la riunione sul servizio d’ordine della prima data del tour degli Oasis parla solo citando titoli di loro canzoni e album. Come, fuor di film, leggere che l’esordio di Sourhern e Lovelace è un documentario sui Blur (per chi se lo fosse perso, gli “acerrimi nemici” della band di Noel e Liam). Eppure, come si è già detto sopra, sono appunto momenti. Di una lunghezza forse esagerata per la reale sostanza dell’intero film, Oasis: Don’t Look Back in Anger è un documentario a pezzettini: non parla di Noel, di Liam, della loro musica, della loro storia, del loro litigio, dei loro fan in tutto il mondo, della loro reunion, ma parla anche di Noel, di Liam, della loro musica, della loro storia, del loro litigio, dei loro fan in tutto il mondo, della loro reunion, con una spolveratina di fotografie e video di repertorio.
La sensazione quindi è di guardare un perenne trailer, in definitiva, di mangiare una merendina di una sotto marca che con i suoi zuccheri sazia ma ne chiede almeno altre tre. Una visione viziata, impigrita, che della musica (che se ne sente pochissima) e dell’irriverenza degli Oasis, costruita e/o sincera che sia, non ha nulla. Anzi appare addormentata e smidollata come i tempi che corrono e chi li racconta.