Da quando sono un appassionato della settima arte, ho sempre desiderato andare a vedere la Mostra del cinema di Venezia. Per anni l’ho seguita a distanza, cercando di tenermi quotidianamente aggiornato tra recensioni, interviste e videoblog, immergendomi in una decina di giorni che avevano qualcosa di diverso rispetto al resto dell’estate. C’erano video da vedere a colazione, qualcun altro da spargere tra la mattinata ed il pranzo; poi con il pomeriggio e le scadenze dei vari embarghi ora per ora aggiornavo le pagine delle mie testate online di riferimento per leggere le recensioni dei film che venivano presentati. Ecco, questo periodo corrisponde in pieno con la presidenza di Alberto Barbera, giunto nel 2026 alla sua diciottesima edizione – le prime tra il 1999 e il 2001, poi dal 2012 ad oggi, con rinnovo fino, almeno, al 2028. Quindi da fruitore non del festival in senso stretto, ma della sua risonanza, l’ho sempre visto come l’emblema del cinema più pop, la roccaforte delle major hollywoodiane, in un certo senso il pioniere del superamento della distinzione tra il cinema d’autore e quello mainstream (distinzione sempre più sfumata e ormai obsoleta).
Erano anni in cui a Venezia arrivavano film come Gravity, La La Land, Birdman o Arrival, con gli apici dei Leoni d’oro de La forma dell’acqua – che per la prima volta avrebbe visto una comunanza tra il massimo premio al Lido e l’Oscar al miglior film, qualcosa di impensabile nel pre-Barbera – e Joker. E al di là della selezione, ad avere una risonanza gigantesca erano in primis i red carpet, calpestati ogni giorno dalle più grandi star al mondo. Per anni Venezia è stata, ancor più di Cannes per certi versi, l’evento cinematografico più glamour, complice anche il posizionamento a fine estate, favorevole a dare inizio alla corsa dei grandi film per la stagione dei premi.
Sono stato poi a Venezia per la prima volta nel 2023, in occasione dell’80ª edizione, da semplice spettatore. Sono andato solo, non conoscevo nessuno e l’unico pensiero per riempire le mie giornate era quello di passare di sala in sala, di proiezione in proiezione, raggiungendo picchi di esposizione allo schermo per fortuna non più replicati. Il primo giorno, direttamente dall’aeroporto, mi sono recato a ritirare l’accredito, percorrendo a piedi il tratto tra Santa Maria Elisabetta (la fermata del Lido a cui arriva il vaporetto dall’aeroporto) all’area effettiva della Mostra. In quei venti minuti di camminata osservandomi intorno ero circondato dai manifesti con i volti di Emma Stone, Mark Ruffalo, Michael Fassbender, Jacob Elordi, Bradley Cooper, Glen Powell, Jessica Chastain e tanti altri, in selezione per film come Povere creature!, Maestro, The Killer o Priscilla. Queste star non erano tutte fisicamente presenti – era l’anno dello sciopero SAG-AFTRA –, ma comunque si aveva l’impressione di essere al centro dell’industria.
Questa lunga premessa serve a raccontarvi la novità più grande dell’83ª edizione, che si terrà dal 2 al 12 settembre e la cui selezione è stata presentata la scorsa settimana dal direttore artistico Alberto Barbera. In molti infatti hanno avuto la sensazione che mancasse qualcosa. E a mancare è proprio quella componente hollywoodiana costituita dai giganti film delle major. Il solco è netto anche solo con la precedente edizione, forse la più ricca degli ultimi anni, in cui ogni giorno si alternavano Lanthimos, Baumbach, Del Toro, Bigelow, Park Chan-wook o Guadagnino. Quest’anno non ci sono nomi dal peso simile all’interno dell’immaginario di massa, nemmeno uno. Eppure in molti si aspettavano la loro presenza. Lo stesso Barbera a margine della presentazione ha affermato che si tratta di una semplice coincidenza, dovuta all’assenza di titoli pronti prodotti da major, ad eccezione, a detta sua, di Digger di Alejandro González Iñárritu, che ha però rifiutato il concorso. Ciò che sappiamo è che, tra i titoli attesi, solo The Social Reckoning di Aaron Sorkin, atteso sequel di The Social Network, ad oggi non è pronto, essendo proprio nel mezzo di una fase di reshoot. Sugli altri abbiamo invece più di qualche dubbio. Già il no di Iñárritu segna un cambio – lui e i soci Del Toro e Cuarón sono negli anni diventati ospiti abituali del Lido. E cosa dire di Netflix, presente senza neanche un titolo statunitense, nonostante pare siano pronti The Adventures of Cliff Booth di David Fincher (sequel di C’era una volta a… Hollywood) o Here Comes the Flood di Fernando Meirelles, il tutto dopo anni di amicizia strettissima con la gestione Barbera? La verità è che qualcosa è cambiato nel rapporto tra i festival europei e gli studios, come già si poteva ipotizzare dall’ultima edizione di Cannes. A spiegarlo è l’assenza di un altro titolo dato quasi per scontato fino a poche settimane fa, ovvero Artificial di Luca Guadagnino, presenza fissa del festival. Dopo peripezie legate alla sua distribuzione, Neon ha acquisito i suoi diritti, decidendo di puntare sul lungometraggio per la prossima Oscar season, escludendo di conseguenza un possibile passaggio veneziano. Dopo il sonoro fiasco di Joker: Folie à Deux nell’edizione del 2024 e l’incetta di premi dello scorso inverno di Una battaglia dopo l’altra e I peccatori, che avevano saltato le anteprime ai festival europei, sembra che questi non siano più fondamentali per le strategie commerciali delle major, che, quindi, piuttosto che rischiare un cattivo passaparola nei mesi precedenti alla distribuzione dei film, semplicemente preferiscono farne a meno.
E cosa cambia in termini concreti? Non potendo contare sul sostegno degli studios, grandi alleati da sempre di Barbera, il direttore artistico sembra aver rivolto lo sguardo al suo altro punto fermo, forse un po’ trascurato negli ultimi anni, il cinema orientale, con cui ha avuto un rapporto privilegiato durante la sua gestione del festival di Torino. In concorso tre dei film più attesi sono infatti proprio Possible Love di Lee Chang-dong, Look Back di Hirokazu Kore’eda e Mr. Nelson, Did You Kill People? di Shinya Tsukamoto.
L’altro grande elemento di interesse è dato dalle scelte compiute per quanto riguarda i titoli italiani. Fuori concorso sono infatti finiti i vecchi maestri Martone e Amelio, lasciando spazio in concorso ai più giovani Strippoli (L’estranea), Pallaoro (con l’atteso The Echo Chamber, tratto da una sceneggiatura di Bernardo Bertolucci) e De Angelis (Il fuoco che ti porti dentro), nella consapevolezza che, forse, in una simile edizione non rischiano di rimanere stritolati tra i giganti. Gli altri italiani sono poi Marco Bechis, con Ritorno a Buenos Aires, e Nanni Moretti, il cui Succederà questa notte segna un riavvicinamento tra lui e la kermesse veneziana dopo il litigio del 1989.
Questo tipo di divisione si conferma poi per gli altri autori del concorso. Da un lato ci sono nomi forti, di cineasti già affermati, dall’attesissimo ritorno alla finzione di Herzog con Bucking Fastard all’aficionado veneziano Martin McDonagh, passando per Danny Boyle (che apre il festival con il suo INK) e Stéphane Brizé. Accanto a loro sono però diversi i giovani registi meno legati ad un’allure festivaliera, scommesse che si basano su filmografie ancora brevi, ma su cui vale la pena puntare. C’è ad esempio Ali Asgari (A Bit of Light), promosso dopo il passaggio ad Orizzonti dello scorso anno con il morettiano Divine Comedy; c’è Nicolas Pariser (Un peu avant minuit), già autore del bellissimo ma poco noto Alice e il sindaco; gli unici due statunitensi sono Casey Affleck, attore di grande calibro ma regista ancora tutto da decifrare – obbligatorio recuperare l’esordio, I’m Still Here –, e Lance Oppenheim, classe 1996 al primo lungometraggio di finzione con Primetime.
L’altro elemento che spicca passando in rassegna i nomi del concorso è la presenza di una sola regista donna, la danese-egiziana May el-Toukhy, che peraltro andrebbe inserita tra le scommesse (Woman Unknown è appena il suo secondo film). Si è immediatamente – nonché comprensibilmente – accesa la polemica, con il direttore della Mostra che ha rivendicato la legittimità delle sue scelte, prese sulla base di un personale (suo e del comitato che presiede) criterio legato alla meritocrazia e non ad un sistema di quote. Negli anni più volte si è riproposta questa critica, con un apice nel 2019, quando fu la presidentessa di giuria Lucrecia Martel ad entrare in contrasto sotto questo punto di vista con Barbera. Va detto che quest’ultimo finora ha sempre avuto ragione, con tre Leoni d’oro femminili nelle ultime sei edizioni, tutti andati a film assolutamente meritevoli, confermando la tesi della meritocrazia. Ci sentiamo di sostenere poi la decisione del direttore, che in quanto tale ha proprio il compito di compiere delle scelte anche quando impopolari. Stando alle sue parole, ha atteso fino all’ultimo che venissero presentati lungometraggi diretti da donne meritevoli del concorso, ma ciò non sarebbe successo. Ci riserviamo la possibilità di valutare la selezione a posteriori, quando sapremo se, a quel punto, il criterio meritocratico sarà applicabile ai 19 film in concorso diretti da uomini. Al momento, non possiamo però che affidarci alla bontà delle scelte compiute in passato da Barbera.
Se poi la mostra ha sempre avuto un occhio di riguardo nei confronti dei nuovi linguaggi del cinema documentario, quest’anno sembra aver compiuto il passo definitivo. La selezione dei film fuori concorso è infatti dedicata a questo, più che ai titoli commerciali come avvenuto negli ultimi tempi. Sono infatti 25 i documentari selezionati, tra Non fiction e Films on Films: ci sono quelli autobiografici (Intermission di Yonfan o What Love Builds di Russell Crowe), quelli sugli artisti (da Wenders su Peter Zumthor a Southern e Lovelace sugli Oasis), l’immancabile lavoro d'archivio di Loznitsa, lo sperimentale e contemplativo Tsai Ming-liang e, ci sentiamo di dire su tutti, le 7 ore e 15 minuti di Luca Guadagnino su Bernardo Bertolucci, che fanno rientrare dalla finestra il cineasta rimasto, come detto, fuori dal concorso.
Cosa ci aspettiamo quindi? Quest’interrogativo non potrebbe essere più grande e, francamente, questo ci entusiasma. Per la prima volta con Querelle saremo al Lido proprio in occasione di una Mostra diversa. Negli ultimi anni si aveva sì l’impressione di essere al centro di qualcosa di grosso, ma c’era pochissimo spazio per le sorprese. Conoscevamo tutti gli autori e, in grandissimi casi, tutti i film. Li avevamo già immaginati, se non visti attraverso migliaia di materiali promozionali, già prima di entrare in sala. Quest’anno invece viene meno il festival inteso come vetrina di lusso per i titoli più importanti della stagione, tornando ad essere, magari anche solo per una volta, lo spazio in cui scoprire qualcosa di nuovo, sul cinema e su noi stessi, che di cinema viviamo. Non sarà Venezia a brillare della luce riflessa di titoli giganteschi, ma saranno film meno attesi a poter crescere grazie all’attenzione che la presenza al Lido gli consentirà di avere. Noi ne siamo eccitati e non vediamo l’ora di scoprire come andrà.
Illustrazione di Chiara Guastella