Il cinema di Mcdonagh è un cinema decentrato, di spazi periferici. Di luoghi avulsi, sospesi nello spazio e nel tempo, lontani dal mondo eppure chiamati a contenerlo, a raccontarne le fragilità, le violenze, le contraddizioni più marcate. Wild Horse Nine, in questo senso, non è che l'ennesima variazione sul tema di un percorso intrapreso a bordo del treno di Six Shooters e proseguito fino alle coste irlandesi de Gli Spiriti dell'isola. E insieme il momentaneo punto d'arrivo di un discorso che, imperterrito, continua a "dare i numeri", e a contare (e far contare) piscopatici, tiratori, manifesti e cavalli selvaggi.
Ambientato poco prima del colpo di Stato cileno del '73, destinato a rovesciare il governo di Allende a favore della dittatura militare di Augusto Pinochet, il quinto lungometraggio del regista segue gli agenti della CIA Chris e Lee (John Malkovich e Sam Rockwell) durante un breve soggiorno presso l'Isola di Pasqua.
Qui, in attesa di ulteriori istruzioni da parte del loro capo MJ (Steve Buscemi), Chris e Lee fanno la conoscenza di due giovani studentesse cilene, sostenitrici dell'Unità Popolare. E tra scambi dialogici, colpi d'armi da fuoco e ripetuti voice over, l'Isola di Pasqua diviene ben presto set privilegiato per un percorso nelle oscure memorie dei due uomini e del loro Paese.
Di nuovo la coppia dunque. Dopo il successo di In Bruges e de Gli Spiriti dell'isola, Martin Mcdonagh torna a raccontare due corpi abbandonati a se stessi, due amici di sempre, uniti e divisi da segreti e ricordi, circondati da panorami immutabili e da facce tutte uguali, dalle monolitiche convinzioni di una vita vissuta secondo un codice comune, mai rinnegato o messo in discussione. Da qui, il cineasta si diverte a scompaginare, a rileggere, a rinchiudere i suoi personaggi in una sorta di limbo, per costringerli a fare i conti con se stessi, con il proprio passato, con la Storia che hanno contribuito a scrivere.
Il trauma privato si fa così collettivo e le registrazioni solitarie delle memorie di Chris, ammalato di cancro e prossimo alla morte, diventano l'occasione per ripercorrere alcune delle pagine più buie della politica degli Stati Uniti d'America dell'epoca: dalla Baia dei Porci alla destituzione del presidente del Congo Lumumba del '61, passando per l'insanabile ferita dell'omicidio di Kennedy e le conseguenze di un imperialismo spietato e ormai programmatico, innarestabile.
Fedele agli stilemi e alle formule che lo hanno consacrato, McDonagh riesce insomma ad evolvere senza cambiare, aggiungendo un ulteriore tassello, ma rifiutandosi di rinunciare alle improvvise variazioni di tono e di genere, nonché a un buddy movie a tinte beckettiane che galleggia ancora una volta tra riso e amarezza.
Dinosauri, politica, tarme e formaggi godono della precisione e dell'ironia quasi chirurgiche di una scrittura senza sbavature, melodica nel suo continuo battibeccare e in grado di nascondere il senso nel nonsense; mentre nani, lettere d'addio, molotov e panorami noti riempiono le inquadrature come simulacri di una poetica fluida e ipertestuale, priva di reali confini.
Forte anche della chimica tra i suoi protagonisti, un Malkovitch e un Rockwell entrambi in stato di grazia, Wild Horse Nine è allora film di memoria e rimorso, di freddezza e inaspettato calore, di pessimismo e di ostinata resistenza. Il cinema di un grande autore letto attraverso gli occhi di un veterano morente che tutto ricorda e tutto dimentica. O forse solo la storia di un uomo solo, venuto a morire a Venezia senza aver mai lasciato l'Isola di Pasqua.
"Did you ever see a robin will
When leaves begin to die
It means he’s lost the will to leave
I’m so lonesome I could cry"