C'è una ragazza negli anni '70 che piomba in casa di sconosciuti la notte di Natale, raccontadogli la storia di Tom, morto il primo giorno dell'inverno del 1953 mentre un'estranea anch'ella inattesa gli raccontava di suo nonno Emmett e di come la sua relazione con la moglie Rebecca era stata sconvolta dall'arrivo del giovane Caleb. E Caleb ha a sua volta un passato multiforme da raccontare e lo stesso anche per Emmett e Rebecca. Company, in concorso a Venezia 83, è una matrioska di ospiti e di racconti, di narrazioni che diventano cornici narrative, in un estenuante gioco di rimandi che (non) trova un senso solo in un finale da mani nei capelli.
Il nuovo lungometraggio da regista di Casey Affleck – prima di questo l'ottimo mockumentary Joaquin Phoenix - Io sono ancora qui! e Light of My Life, goffo furto a La strada di Cormac McCarthy – si pone come un complicato puzzle di intrecci che alla fine si risolve con una banalità disarmante. Inizialmente in realtà sembra imbastire un discorso fatto di continue divagazioni, di storie che nascono da storie, come un'antologia in cui ciascun episodio ha senso solo in quanto seme di quello successivo. L’intuizione è potenzialmente geniale, ma ben presto viene abbandonata. Il film stringe il focus su uno di questi capitoli in particolare e allora diventa chiaro che è su quello che ci si deve concentrare e che tutto il resto allora è solo un garbuglio di indizi da districare per arrivare alla soluzione finale.
I veri protagonisti infatti sono la coppia composta da Emmett e Rebecca (Scoot McNairy e Adelaide Clemens) e l’inatteso ospite Caleb (Atticus affleck, figlio di Casey, simile in volto e identico nella voce a Timothée Chalamet). Siamo nel 1903 e i due coniugi si imbattono nel giovane moribondo in mezzo alla neve e decidono dapprima di salvarlo, poi di prenderlo con loro come custode della stalla. Proprio in quei giorni infatti nella zona si aggira un assassino demoniaco, che fa strage quanto di bestiame quanto di esseri umani. L’arrivo dell’estraneo – un tema di questa Venezia 83, tra il film di Paolo Strippoli e Woman Unknown – sconvolge la tranquillità della casa, soprattutto a causa della crescente attrazione tra Rebecca e Caleb. Ci si interroga allora sul ruolo delle numerose cornici narrative antecedenti e successive. Semplicemente banale, in un tentativo di giocare con l’elevated horror (e che palle!) che tradisce però una scarsa cultura cinematografica e del genere, a sua volta figlia dell'incapacità di Affleck di giocare con immaginari tipici della settima arte. La creatura che ad un certo punto verrà introdotta, una di quelle classiche da racconto gotico, è infatti tirata in ballo tradendone tutte le caratteristiche peculiari, non con finalità dissacranti, bensì nel maldestro tentativo di preservare la soluzione di cui sopra. Ne viene fuori un caos narrativo in cui, nel tentativo di far tornare tutto, viene sacrificato il fascino della creatura, che pure in contesti orrorifici o simil tali meriterebbe giusto un attimo di rispetto. Sembra per un attimo di tornare a tre anni fa e alle scelleratezze del Pablo Larraín de El conde.
Allora Company, che vorrebbe mettere al centro il valore delle storie – non è forse l’invenzione ciò che rende l’essere umano diverso da tutti gli altri animali? – o piuttosto imbastire una sorta di analisi storiografica per immagini dell’isolamento rurale americano, pur di trovare una quadra improvvisa nel terzo atto una storia d’amore tra due esseri che si cercano, si perdono e si ritrovano nel corso di quasi un secolo. Prima non c’era e poi è lì, senza che nessuno l’abbia davvero vista arrivare, non in questa versione melò quantomeno. Affleck parte allora da premesse di un certo spessore e di raro interesse, forse solo apparenti, per poi risolvere il tutto con un repentino risvolto emotivo che spegne definitivamente qualsiasi interesse nei confronti della pellicola. Mesto, mesto, il lungometraggio, già ostico nel suo caos, si risolve, come accennato in apertura, nel nulla più assoluto. O, se proprio vogliamo farcelo bastare, dicendoci che se proprio si deve stare male, almeno è meglio poter condividere le proprie sofferenze. Misery loves Company, per l’appunto. Tutto qui?