Una ricca e senza scrupoli proprietaria di una ONG osserva Noé afferrare il calice di champagne di Léonard e trangugiarlo. E sorride: gli ricorda il buddy clean del figlio, evidentemente anche lui tossicodipendente. Come uno spazzino, questa figura, nata dalla mente strana e geniale, dice lei, degli statunitensi, è una specie di angelo custode, che evita al compagno in cura di cadere in tentazione nelle droghe dalle quali cerca appunto di ripulirsi.
Un bon avocat appare come una lavanderia che lavora a spron battuto: ciascun personaggio si occupa del dolore e della risoluzione dei problemi altrui al costo di mettere da parte quelli propri di cui conseguentemente si occuperà qualcun altro. Una concatenazione di favori, di azioni che portano ad altre azioni. È l’ultimo film di Tristan Séguéla, presentato Fuori concorso, nel quale torna ad affidare il ruolo da protagonista a Laurent Lafitte, dopo l’esordio 16 ans au presque (2013), e la serie televisiva distribuita da Netflix (come anche Un bon avocat) Tapie, del 2023.
È proprio la strada intrapresa in Tapie che Séguéla sembra ripercorrere, abbandonando i toni della commedia in cui ben riusciva. La serie televisiva trattava degli scandali realmente accaduti che coinvolsero il politico e uomo d’affari Bernard Tapie negli anni Novanta, restituiti intensamente dalla bravura e dal volto di Lafitte. Se in Tapie aggiungeva un certo ghigno, una malizia di chi gode fortissimo a intortare la gente, nei panni dell’avvocato Léonard invece aggiunge una sofferenza che mai si svela ma che dovrebbe giustificare i suoi comportamenti poco retti.
È piena di ritmo, una storia di e tra avvocati, la strana settimana dell’avvocato Léonard Landry, che sfiora l’overdose da cocaina mentre passa da un’aula all’altra per difendere due spacciatori – uno di questi, tra l’altro, è il suo. Allontanato dal tribunale, conclude velocemente il percorso di disintossicazione per affrontare subito il processo che potrebbe impedirgli per sempre di lavorare. Cerca di convincere la bravissima avvocata ed ex amante (Mélanie Laurent) a difenderlo e se ne trova anche un altro, giovanissimo e inesperto, Noé (Anthony Bajon) per fargli da stagista; anzi più precisamente da autista. Come detto sopra, in Un bon avocat ciascuno pulisce i panni sporchi di qualcun altro, i favori si intrecciano pericolosamente. Léonard deve assistere un giovane congolese che viene incolpato da una ONG di aver collaborato con dei terroristi della sua città d’origine per danneggiare la stessa organizzazione. Quando in realtà il giovane è testimone della corruzione che intercorre proprio tra l’ONG e i terroristi.
Gli obiettivi di ciascun personaggio entrano in conflitto, sullo sfondo le loro ombre e i loro fantasmi. Tutti devono ripulirsi da qualcosa, dalla droga, dalla paura di non farcela, da una falsa accusa o da una incredibilmente fondata. Nessuno, neanche tra chi la giustizia la rappresenta, è senza macchia. Così tra rimorsi e sensi di colpa, piano piano la matassa di parole che Séguéla crea si districa, e in un acciaccato lieto fine tutto torna al suo posto. La macchina della giustizia, quella vera e non quella corrotta, torna a funzionare per bene.
E ciò avviene principalmente per la vera natura di Un bon avocat, che prima di essere un thriller sul mondo degli avvocati è proprio un buddy movie, dove il rapporto tra Léonard e Noé è centrale. Forte dell’interpretazione di Lafitte e Bajon, l’amicizia che nasce scava nell’animo di entrambi, cogliendone le debolezze. Se uno è incapace di stare da solo, l’altro non si è mai sentito all’altezza della compagnia. Si completano così e oltre la fine del film siamo certi che saranno appunto dei buoni avvocati e continueranno ad avere cura di loro stessi.
È una favola ben impacchettata quella di Séguéla, che non molla mai lo spettatore, tra brani celebri e bassi incalzanti, che mostrano la cocaina in circolo nel corpo di Léonard e la prontezza di lingua e riflessi del suo mestiere. Riuscita tanto da potergli perdonare una visione forse troppo giustificante di chi compie delle scelte sbagliate, come si può intendere nel monologo di Noé in difesa dell’amico durante il suo processo, appellandosi a un’intima sofferenza vissuta da Léonard troppo in solitaria, causa di una cattiva condotta. Mi viene da concludere, a questo punto, che Séguéla sia un avvocato difensore in gamba.