Mi chiedevo perché per Ali Asgari l’ospedale e il pronto soccorso fossero dei luoghi così interessanti, tanto da meritare di essere al centro di alcuni suoi film. La risposta che mi sono dato è che forse, per un regista iraniano, quei luoghi sono ormai tristemente presenti (e continuano ad esserlo in modo esponenziale viste le aberranti notizie di cronaca degli ultimi mesi) nella vita di tutti i giorni; forse è lì che la gente comune prende contatto con l’ultima umanità, quella urgente e necessaria a sopravvivere dopo una protesta pacifica o un atto illecito – definito tale da qualcuno di crudelmente inintelligibile. L’ospedale è già presente nel suo film d’esordio Nāpadīd shodan del 2017 e in La bambina segreta del 2022: anche in questi due casi infatti si bazzica quel mondo fatto di corsie e corridoi alla ricerca di una speranza, al sicuro dallo sguardo invasivo e invadente del regime e della polizia morale.
In Un po’ di luce Arash è un medico specialista di mezza età che da pochissimo è stato destituito dal suo impiego, e che ha preso la decisione di togliersi la vita. È visibilmente stanco, visto che le sue giornate non sono altro che un lungo proseguimento delle direttive del potere che censura e ostacola ogni pensiero libero, ogni libero esercizio della parola e del corpo. Prima di questo lungo addio, però, sceglie di salutare la sua famiglia, suo fratello e le due sorelle; lasciando ad ognuno una pianta: simbolo di leggerezza e di vita che potrebbe crescere dopo la sua scomparsa. Questo è il dato più aperto a una visione misticista della vita. Che nasce dalla cura costante e muore se costretta a non avere spazio dove poter mettere radici.
Dopo una commedia raffinatissima, Divine Comedy (in Orizzonti a Venezia 82), col suo sesto lungometraggio, Ali Asgari cambia drasticamente rotta. Perché Un po’ di luce è un film che prende le distanze dalla via battuta l’anno prima per tornare a mettere a fuoco l’urgenza di una situazione insostenibilmente tragica in Iran. Siamo nei giorni nostri, in un presente spaventosamente vicino, tanto che le persone nelle case sono intimorite dai bombardamenti che Trump ha promesso di attuare in ritorsione ai fatti di inizio anno. Questa scelta radicale di inseguire l’attualità più prossima è già un dato che fa riflettere sullo statuto del film di Asgari, che figlio di una generazione di cineasti già esperti in materia di racconti socio-politici (penso a Kiarostami e Panahi su tutti) raccoglie i frutti di un tecnicismo preesistente per spogliarlo fino all’osso di tutta la complessità linguistica. Sono immagini ferme, al limite dell’immobilità, che però puntano alla vibrazione del dialogo per scavare in quanto di altro esiste fuori dalle stanze e dagli interni attraversati da tutti i personaggi.
Come dicevo, Un po’ di luce è un film sulla ricerca di uno spiraglio da aprire su una vita che il protagonista non vuole più vivere. E si fa anche carico di un dubbio etico massiccio, che riguarda ancora la scelta, divisa tra il restare o l’andarsene, come nel caso della pièce teatrale alla quale il protagonista viene invitato, spunto scatologico che rispecchia la condizione esistenziale del protagonista. È un film che si muove alla ricerca di una risposta, una qualunque, anche se poi è Asgari stesso a non volerla offrire, proprio quando sceglie di tagliare prima che Arash, messo davanti a una supplica o un dubbio, riesca a rispondere. Magari la soluzione a questo groviglio sta davvero nelle cose piccole, minuscole. Nella volontà di restare per amore di un gatto che senza il suo padrone morirebbe di stenti. In un frutto particolarmente dolce.