Marie è l’unica nota di colore in tutta la Danimarca occupata dai nazisti negli anni Quaranta: sopra la divisa scura indossa un cardigan rosso come la bandiera del paese. È la tata di Leonora, figlia di un ricco proprietario di una fabbrica di guanti, Christian, che è anche il suo futuro marito. Dormono nello stesso letto, vivono nella stessa casa, ma Marie ogni mattina si alza prestissimo, indossa il grembiule e compie i suoi doveri di compagna e matrigna però come una dipendente. Sguardo basso e tremolante, prova dolore quando fa l’amore per via di un aborto di tempo prima, di cui Christian evidentemente non sa nulla. Ma appunto, presto si sposeranno, Marie indosserà lo stesso abito dell’ex moglie defunta, lo porta in sartoria per modificarlo, e finalmente smetterà di essere cameriera in casa sua. Ma l’incontro sul tram con l’ex compagno di scuola Karl svelerà un passato di cui non si saprà mai davvero nulla.

Nel suo terzo film, in Concorso a Venezia, May el-Toukhy abbandona la Danimarca contemporanea, portando con sè l’atmosfera quasi da thriller e la luce fredda e opaca dal suo precedente Queen of Hearts. Nonostante i degni comprimari, ancora una volta il film è tutto retto sulle minuziose espressioni della protagonista, questa volta interpretata da Mathilde Arcel. Del resto, a lei è dedicato il titolo, Woman Unknown.

Lentamente (forse troppo lentamente) si dispiegano sullo schermo interrogativi su interrogativi sulla vita di Marie, sulla sua vera essenza, che probabilmente non è ingenua, mite e spaventata come i suoi cari di adesso la conoscono. Ma è violenta e immatura, incarnata sempre dal rosso ma questa volta del vestito che indossa mentre ubriaca partecipa ad una festa in piazza e irretisce un uomo che non è Christian. Ma è esclusivamente nell’ebbrezza che Marie può e vuole venir fuori, perché per il resto appunto molla il timone. Adotta la figlia di qualcun altro, si sposa con l’abito di un’altra moglie ed è Christian a sceglierne le modifiche e a dare il suo benestare.

Woman Unknown non è altro che un film sulla responsabilità, soprattutto in tempi di coercizione, di occupazione e totalitarismi. Marie è la Danimarca, il suo governo e il suo regnante che hanno continuato ad amministrare nonostante i nazisti in casa, instaurando una convivenza in parte appoggiata dalla popolazione. Marie prova a fare la morale a Christian, che ha venduto i suoi guanti ai nazisti nonostante fosse dalla parte della resistenza, perché gli operai si dovevano pagare. E lei, che si lascia stuprare, vestire, riempire? Chi è veramente Marie, oltre a ciò che quel mondo gli permetteva di essere come donna? Che vita è la sua, nonostante il privilegio di futura moglie di un proprietario di fabbrica?

May el-Toukhy cerca di espandere il suo discorso, intimista nella temperatura e teatrale nello stile (curiosità: è proprio nel teatro che si forma, e si vede, come in Queen of Hearts), alla Storia, attraverso alcune sequenze lunghe, che indugiano, altre velocissime, quasi impercettibili. Che eppure scompaiono, si dimenticano nel lungo discorso, pienissimo e confuso come Marie. Questa responsabilità c’è o non c’è, è utile ricercarla e se sì chi la detiene?

Nonostante l’incertezza che ha permeato la mia visione, bisogna riconoscere a May el-Toukhy due grandi capacità, non in ordine di importanza. All’interno delle scene riesce a ricreare una temperatura febbrile, dettata dalla luce caratteristica del Nord Europa, in cui ci si aspetta costantemente che accada la tragedia da un momento all’altro, nonostante siano pochi gli scatti in una narrazione spesso piena di stalli. Sono gli sguardi che comandano, sotto le ciglia, apparentemente impercettibili ma ficcanti e spietati. E queste scene sono sempre popolate da donne alle quali riconosce una certa mostruosità, nella quotidianità e/o in un regime di manipolazione da loro stesse instaurato o autoinflitto. L’infedeltà e il tradimento, nei confronti di se stesse e delle persone amate è allo stesso tempo una rivendicazione e una critica, eppure el-Toukhy non smette di raccontarle, in qualche modo senza giudizio. Aspetto allora un tempo più maturo per rivedere Woman Unknown, magari fuor di festival, una volta riacquisito un ritmo circadiano e un regime alimentare un attimo più ordinato.