«Qui c'è tempo e la gente si uccide. Anche per la vergogna».
«Quale vergogna?», chiese Line, «si ha vergogna di una colpa e loro non hanno colpa».
«Vergogna di non essere morti», disse Francine [...]; «è l'impressione che gli altri sono vivi al posto tuo, per un privilegio che non hai meritato».
(Se non ora, quando?, Primo Levi)
È un film di controcampi continui Ritorno a Buenos Aires, il nuovo lungometraggio di Marco Bechis presentato in Concorso a Venezia 83. Sequel spirituale di quel Garage Olimpo con cui, nel 1999, il regista aveva raccontato la realtà dei desaparecidos argentini attraverso le torture perpetrate all’interno dell’omonimo campo di concentramento.
Siamo nel 2008. Mariano Guerra (Adriano Giannini) è uno dei sopravvissuti alla dittatura militare. Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, decide però di fare ritorno a Buenos Aires per testimoniare contro gli ex militari che lo sequestrarono e torturarono al Garage Olimpo. Una scelta difficile, che costringe Mariano a incontrare altri ex prigionieri e fare i conti con il proprio passato.
Quello proposto dal film è insomma un duplice ritorno. Il ritorno di un uomo ai traumi che lo hanno segnato e il ritorno di un cinema a se stesso, agli spazi che lo hanno reso celebre, alle atmosfere che resistono alla prova del tempo. Anzi, forse il ritorno è addirittura triplice, considerata la storia personale di Marco Bechis, nato da madre cilena e padre italiano, sequestrato nel 1977 dalla polizia argentina (come il protagonista del film) e rilasciato dopo quattro mesi grazie al doppio passaporto. È un ritorno agli spazi chiusi del ‘99, al senso di claustrofobia, al terrore che si respira lungo i corridoi, nei bagni, e nelle camere d’hotel, in cui rivivono le celle ormai abbandonate, logorate dagli anni. Un ritorno che si respira nella struttura di una storia spezzata in due, tra presente e passato, tra corpi e presenze che aleggiano, che si muovono in una cornice tra contro e fuoricampo.
L’aspetto di maggiore interesse del film risiede proprio nella sua natura di doppio. Di cinema che raccoglie residui di una poetica militante ancora viva, pulsante, fatta più che altro di “funzioni”, dove nomi e fisionomie si muovono liberamente ad occupare i ruoli fissi di una pagina di Storia oscura: i torturatori, l’infermiere, il collaboratore, i prigionieri. Marco Bechis riversa nell’opera se stesso, questo è evidente, con la consueta passione, con un senso di urgenza che forse solo chi ha vissuto certe esperienze può possedere. Stringe spesso sul volto di Giannini, per cercare nei suoi occhi il senso di colpa tipico del sopravvissuto, e di chi forse nasconde più di un trauma o “torbido” segreto. E regala anche qualche buona sequenza, come la visita di Mariano al Garage Olimpo in compagnia della figlia di una delle persone sequestrate “a causa sua” – impattante dal punto di vista emotivo e pregna di un significato che va oltre la particolarità storica.
Rimane però, al di là dell’intreccio, la sensazione di un’opera un po’ monca, che sfrutta diversi cliché del genere e che recupera la linearità del predecessore di fine anni ‘90 – nonché, ahimè, anche il suo equilibrio privo di picchi, di scene madri. E che soprattutto, seppur in maniera funzionale, fa un utilizzo del mezzo e del linguaggio cinematografico piuttosto scolastico – vedasi, in particolar modo, le sequenze flashback.
È infatti evidente che Bechis voglia dirigere un film di fantasmi, di presenze/assenze che abitano la coscienza e tormentano la memoria del protagonista (la prigionia è divenuta mentale). Ma la scelta della ricostruzione visiva – così come l’evocazione del giovane Mariano per fargli condividere lo schermo con la sua variante più adulta – appare per lo più pigra o comunque poco ispirata.
Per aprire gli squarci desiderati il regista avrebbe forse potuto sfruttare Giannini (con ancora maggior vigore), agire di sottrazione e limitarsi a suggerire ciò che invece si ostina a mostrare. Per poi compensare l’eventuale economia di immagini per giustificare la presa di coraggio finale del protagonista – fin troppo ravvicinata rispetto alla messa in scena del suo attacco di panico e per questo, lo diciamo con rammarico, troppo poco incisiva.