Esiste una certa categoria di film, quelli girati dagli attori, che appaiono come una rivincita personale. Ovviamente parlo di quelli che non riescono bene, che somigliano più a un self tape che a una narrazione, un’idea. «Ora comando io» sembra di sentire: finalmente la recitazione è al centro, il corpo attoriale come la vera e unica carne di un film. La corsa per arraffare la carica di autore e la sua pretesa tradiscono un risultato poco sotto le telenovelas spagnole tipo Il segreto, con tutto il rispetto. Purtroppo questa descrizione corrisponde tremendamente a Una storia, esordio alla regia di Anna Foglietta e in concorso a Orizzonti.

Qualcosa si rompe in Erika (Alba Rohrwacher) quando insieme al marito Mauro (Guido Caprino) aiuta la figlia a traslocare, che per studio deve trasferirsi in una nuova città non pervenuta. Il nido va in frantumi ed Erika capisce che ha condotto la sua vita in virtù degli altri e adesso che può occuparsi solo del marito non gli va più bene ed entra in una specie di depressione, e Mauro cerca di affrontarla, pieno d’amore per la moglie.

I capitoli con cui Foglietta scandisce lo svolgersi del suo esordio (autunno, inverno, estate, poi) non sono gli stessi utilizzati da Strippoli. Un indice, che non è uno scheletro, un barlume di struttura, ma un attaccapanni. Infatti Foglietta appoggia dei particolari, delle faccende, dei vaghi caratteri immaginando che questo basti per fare un film. La voglia di Erika vicino l’orecchio, un romanesco parlato solo dalla coppia che dovrebbe indicare una certa classe sociale d’appartenenza, un ciambellone pronto ad ogni colazione.

Non c’è un ambiente, non c’è una città o magari un paese, non ci sono i clienti del supermercato dove Erika fa la cassiera, non c’è nulla oltre i volti di Rohrwacher e Caprino, ai minimi storici, personaggi di carta velina che vanno avanti per frasi fatte. La camera non si stacca dalle loro espressioni, e qualche volta concede inquadrature ariose in cui annaspano personaggi assolutamente abbozzati come la madre di Erika (Caterina Casini) e il padre di Mauro (Elio De Capitani). Tutto è a servizio di una visione ombelicale e quindi priva di vita, così non sarà un caso che la coppia non condivida nulla fuorché il coinquilinaggio (non parlano assolutamente di niente), e che questo amore travolgente e maturo sia difficile spiegarselo.

Scene madri con urla e lacrime, momenti patetici e altrettanti in totale sottrazione. Ma qual è il problema, Erika? Si può sapere che problema avete tutti quanti? Ecco l’ennesimo film intimistico italiano. La pretesa è quella di raccontare una verità, la maledetta quotidianità di tutti i giorni da cui la stessa Erika vorrebbe fuggire e alla quale siamo costretti a presenziare, ad ogni colazione, con due tazzine di caffè, una fetta di qualche torta, un «Bbbona» rivolto alla torta e un «Ciao amore» di Mauro prima di raggiungere suo padre a lavoro. Ma vale la pena di raccontarla, questa quotidianità, questa monotonia così universale? È possibile deresponsabilizzarsi così tanto come autrice intitolando il proprio film Una storia piuttosto che scriverla e girarla, una storia?

E purtroppo non è finita qui, tra poco il secondo capitolo.