Non è soltanto dall’omonimo romanzo di Antonio Franchini (Marsilio, 2024 e Premio Campiello) che Edoardo De Angelis si è fatto suggestionare, è evidente. Anzi, ritorna a un suo grande debitore nella carriera di regista televisivo, parallela a quella cinematografica, e cioè Eduardo De Filippo. Donando a Sergio Castellitto il ruolo da protagonista che aveva già interpretato il celebre regista, drammaturgo e attore napoletano, De Angelis ha firmato le nuove versioni televisive delle pièce Sabato, domenica e lunedì, Non ti pago (2021) e Natale in casa Cupiello (2020), di cui, diciamocelo, Il fuoco che ti porti dentro è indubbiamente la copia carbone, la versione al femminile – ci manca poco che qualcuno domandi «te piace ‘o presepe?».

Al contrario di ciò che pensa la nonna Angela (Vanessa Scalera), anche a Milano si festeggia la vigilia di Natale, nonostante il disprezzo viscerale che prova per il capoluogo lombardo in cui ormai da anni vivono i suoi figli Antonio (Lino Musella), Paola (Ivana Lotito) e Enrica con le loro famiglie, e con i quali ha un pessimo rapporto. Ma per le feste si tura il naso, senza grande impegno, e occupa la casa di Antonio con pietanze esagerate e a quanto pare disgustose, infrangendo la serenità di tutta la famiglia allargata. Come nella più grande tradizione dei drammi da camera, per cui a quanto pare il cinema italiano ha una particolare affezione, la cena della vigilia diventa un campo di battaglia, che fa morti e feriti, più o meno letteralmente, tradendo la classica menzogna che è l’istituzione familiare, che spesso si fonda proprio sull’odio più violento

Il rosso delle decorazioni natalizie rimbalza sulle luci calde e sulla casa legnosa di Antonio, in cui c’è un via vai costante di familiari e sconosciuti che altera la composizione incredibilmente precaria della cena, che si consuma tardissimo e senza alcun piacere. Insulti pesantissimi, urla, battute ad effetto, anche qui, come in Una storia, primissimi piani che si nutrono affamati della rabbia schiumosa principalmente della componente napoletana, cioè la famiglia stretta, che ribadisce la bravura indiscussa di Scalera e Musella (che si tolgono tre anni perciò è difficile, per volti così noti, crederli madre e figlio). Peccato che non sia questo il punto.

Ecco il menù de Il fuoco che ti porti dentro: un discorso sulla famiglia, sulla difficoltà dell’esistenza e sull’impossibilità di superare le proprie oscurità come portata principale. Di contorno offre i suoni, gli usi e i costumi del sud, veraci, passionali e irruenti soprattutto quando si tratta di azzuffarsi tra familiari in risposta a un nord algido e senza cuore. Per dolce un accenno alla contemporaneità: un piccolo monologo sugli orientamenti sessuali e le identità di genere e una critica alla scomparsa di rispetto e cura nei confronti dell’istituzione familiare. E non mi è sembrato particolarmente invitante.

Attraverso il classico espediente di ficcare personaggi isterici in una stanza, De Angelis cerca di condensare in un’ora e mezza il racconto di quella che è a tutti gli effetti la biografia della madre di Franchini, protagonista del romanzo che però si prende il tempo di una vita. La perfida nonna Angela è tutto ciò che c’è di sbagliato nelle generazioni più anziane: acida, rancorosa, presuntuosa e violenta è incapace di amare e al netto delle ingiustizie subite meriterebbe di essere piantate in asso. E come se non bastasse questa cattiveria viene chiamata appunto fuoco, con un’accezione quasi positiva, giustificata e trattata come peculiarità tutta del meridione.

Alla festa delle banalità che è la vigilia di Natale della famiglia di Angela ci sono i toni esasperati, i tamburi incalzanti, il dialetto stretto tanto cari a De Angelis, come li abbiamo già visti, ad esempio, in Indivisibili (2016). E, onestamente, sono esausta di dialoghi che partono subito per la tangente, che vomitano accuse e sensi di colpa. Sono stanca delle famiglie disfunzionali e soprattutto, lo dico da terrona, quando sono ambientate da Napoli in giù, nel momento in cui la “nostra violenza” viene scambiata per una certa verità, per una qualità dagli autori conterranei. Perché facciamo schifo tanto quanto i polentoni. E non abbiamo nulla in più da dire e non c’è primo piano su un cappone che fugge dall'essere cucinato per tutto l’appartamento che tenga.