Chi avrebbe mai pensato che un road movie con Ellen Burstyn e Taika Waititi potesse fare parte della selezione ufficiale di Venezia 83? Se poi all’equazione si aggiunge persino un volatile disperso, il discorso si fa ben più assurdo del pronosticabile. 

Place to Be, nuovo lungometraggio di Kornél Mundruczó, si apre peraltro su un luogo di morte, come già avveniva nei recenti Pieces of a Woman (la casa di Martha e Sean) e Quel giorno tu sarai (il campo di concentramento di Auschwitz). Eppure, il cimitero che Ellen Burstyn attraversa in incipit all’opera passeggiando tra le lapidi e i titoli di testa, prelude questa volta a toni ben diversi da quelli a cui ci avevano abituati gli ultimi lavori del regista (At the Sea compreso). 

Brooke Graham (Ellen Burstyn) è un’anziana signora di Chicago che vive sola dopo la scomparsa del marito. Irritata dal comportamento dei due figli, che vorrebbero rinchiuderla in una casa di riposo, Brooke parte però all’improvviso per un viaggio con l’obiettivo di restituire al legittimo proprietario un piccione viaggiatore che si è stabilito in casa sua. Lungo la strada conosce Nelson Green (Taika Waititi), uomo d’affari divorziato e padre in difficoltà. Con il quale, quasi per caso, si ritrova a dover affrontare una lunga sequela di imprevisti. A dispetto delle differenze che li separano, nasce tra i due un singolare rapporto di amicizia, in un lungo e rocambolesco peregrinare destinato a segnare la vita di entrambi. 

Kornél Mundruczó torna a parlare di passato. Dei traumi di una vita che riverberano nel presente, e di costrizione, di prigionia da cui trovare scampo nel nome della libertà. Lo fa assecondando i toni più leggeri di questa commedia – a spasso con Brooke. Nonché riportando al centro del discorso le diversità e gli scontri generazionali – questa volta privati e non collettivi – che affollano la sua filmografia (Quel giorno tu sarai è emblematico da questo punto di vista). 

In questo caso il confronto/frattura, e successiva riconciliazione, avviene tanto a livello di immagine (la coesistenza tra presente narrativo e archivio-ricordo), quanto nel linguaggio dei personaggi del racconto – costellato delle strambe parole di Ellen, che forse sono inventate o forse semplicemente antiquate, di un altro mondo e tempo). Ed è proprio dalla fluidità dei ruoli dei suoi co-protagonisti, genitori in crisi che vorrebbero tornare ad essere figli o giovani amanti, che Mundruczó ricava una galleria di memorie e una passeggiata tra le difficoltà dell’esistenza che ci accomunano. Mano nella mano con la riflessione sul termine “sonder” condivisa da Brooke con il compagno di viaggio – cioè la sensazione che si prova nel rendersi conto che ogni altra persona che si incontra ha una vita altrettanto piena e reale della propria, una vita in cui essa è il personaggio centrale, mentre gli altri ricoprono ruoli secondari o insignificanti.

Certo, non tutto funziona ed è funzionale all’interno di questo road movie a base di gag più o meno riuscite e sul mordente (questo sì convincente) di Ellen Burstyn. E a fronte di una struttura di base tutto sommato abbastanza solida, occorre evidenziare la vacuità di alcune tappe del viaggio e alcuni passaggi piuttosto semplicistici. Senza contare una generale propensione ai “buoni sentimenti” che, per quanto coerente, mina in più di un’occasione complessità, imprevedibilità e qualche buon momento di “cattiveria” che, è chiaro dalla prima inquadratura, non potrà intaccare un lieto fine abbastanza telefonato.   

Ciononostante, pescando da Philomena, Una storia vera e Lost in Translation (il momento del congedo), Place to Be vive della levità del volo degli stormi e delle continue trasformazioni della vita di persone comuni. Che non a caso, sul finale, abitano i non luoghi del nostro mondo, alla ricerca di un luogo in cui stare