Due amici mi raccontano di Woodstock 1999, organizzato con lo scopo di emulare e celebrare l’edizione del 1969, nonostante di pace e amore non ce ne fosse neanche l’ombra. Simbolo e sintomo dell’apocalisse dei giorni d’oggi, il concerto durato quattro giorni è stato teatro di stupri, incendi, violenze, con il caldo torrido di fine luglio in una ex base dell’aeronautica militare nello stato di New York, dove i beni di prima necessità come acqua e servizi sanitari scarseggiavano quando non venivano sprecati e vandalizzati. Allo sfacelo è stato dedicato il documentario del 2021 Woodstock 99: Peace, Love and Rage di Garrett Price.
Senza chiudere gli occhi davanti alla violenza ma sfuggendo a facili demonizzazioni, Woodstock 99 non era altro che un festival in cui si sono susseguiti i maggiori gruppi dell’epoca, come Korn, Moby, Red Hot Chili Peppers, senza dimenticare le vecchie guardie, come James Brown e alcuni componenti degli Who e dei Grateful Dead. Il festival è d’altronde uno strumento, un evento totalizzante, un osservatorio: cosa c’è di nuovo sotto il sole della musica, delle scienze, del cinema, chi li rappresenta? In esame metodi, sguardi, obiettivi, immaginari: insieme genitori e figli dello spirito del tempo.
Ma non bastano i festival e i loro film, non basta il pubblico. C’è bisogno di qualcuno che questa osservazione la testimoni a sua volta, per fermarne il movimento, analizzandolo con tutti i limiti e gli acumi di una visione estemporanea e contemporanea. Fate largo ai giornalisti, morbosi, pervertiti e guardoni: con la bava alla bocca, assetati di completezza, armati di metodo ed opinione, che prendendo granchi e scovando talenti in tempi non sospetti documentano la documentazione e ne lasciano traccia ai posteri.
Come ha fatto Andrea Segre, non giornalista ma regista, in La Biennale di Venezia: il cinema al tempo del Covid (2021), che gira durante l’edizione della Mostra del 2020, dove pure il suo Molecole, Fuori concorso Non fiction, viene proiettato in pre apertura. Non c’è nulla in questo breve documentario che nessuno di noi non abbia già visto: le immagini degli anni pandemici non diventano più affascinanti, lo stigma su quel tempo e la sua rappresentazione continua, semplicemente sullo sfondo c’è il Lido. Riecheggia un classico: «Miii, ma ti ricordi?» e una grande consapevolezza, cioè che ricordare sia importante e che lo svolgimento della 77esima edizione della Mostra di Venezia nel 2020 lo sia stato altrettanto. Nonostante distanziamenti, mascherine, profilassi anti contagio, posti numerati, dubbi etici e spocchiosi commenti in elogio alla spopolamento dell’evento.
La Mostra è stata la prima tra i maggiori festival europei che si è svolta dopo il lockdown e non senza difficoltà – sino all’ultimo non se ne aveva la certezza. È coincisa con il primo anno di Roberto Cicutto alla presidenza della Fondazione La Biennale e con il decimo di Alberto Barbera come direttore artistico (secondo mandato). Il programma fu sì modificato e sfrondato, nella quantità e nella logistica, ma non nella qualità. Sono passati sei anni da quell’edizione: non tantissimi per perderne traccia, soprattutto nell’epoca di Internet. Nella foto sotto, il mio personalissimo osservatorio sul cinema in quegli anni. Sono state le loro pagine che mi hanno rinfrescato la memoria per scrivere quest’articolo. E che mi hanno permesso di immaginare nuove linee guida per la disamina, non esaustiva ma, di nuovo, personalissima, a seguire.

Per strana coincidenza non mancano i punti di contatto tra la 77esima edizione e la prossima che si svolgerà, partendo proprio dalle tempistiche: iniziata il 2, si è conclusa il 12 settembre. Se la futura 83esima è stata tacciata di scarsa presenza femminile, in epoca di ipocriti “gioghi” paritari, la 77esima ha vantato quasi metà del concorso composto da registe e pure il Leone d’oro al miglior film per Nomadland di Chloé Zhao. Per non parlare della giuria, presieduta da Cate Blanchett nel Concorso e da Claire Denis in Orizzonti, e i Leoni d’oro alla carriera per Tilda Swinton e la regista hongkonghese Ann Hui. Mentre un comune “grande assente” sono gli Stati Uniti e in particolare Hollywood (se ne volete sapere di più riguardo l’83esima, vi rimando a due approfondimenti fa), “rivalutati” negli anni grazie a Barbera e degni di presenziare all’evento per eccellenza dedicato al cinema d’autore. Per via dell’emergenza sanitaria furono interrotte le riprese o rimandate le distribuzioni all’anno successivo e il concorso si ripopolò così di titoli e autori che in altri momenti non avrebbero “retto” la sezione, perché minori da un punto di vista produttivo o di notorietà. Da The Disciple (Premio Osella alla miglior sceneggiatura) dell’indiano Caitanya Tamhane a Nuevo orden (Leone d’argento) del messicano Michel Franco, passando per Notturno di Gianfranco Rosi, Miss Marx di Susanna Nicchiarelli e Le sorelle Macaluso di Emma Dante.
Proprio partendo dal secondo lungometraggio di Dante, è possibile cogliere in quell’edizione una curiosa presenza di autori teatrali che si rivolsero al cinema, e non soltanto all’interno della competizione. Samp di RezzaMastrella vede finalmente la luce dopo vent’anni di gestazione e il grande schermo degli Eventi speciali: un poliziesco girato in Puglia con lo stesso piglio di Troppolitani (ne leggerete) cioè all’arrembaggio, una sceneggiatura costruita in mezzo alla strada. Il cinema nelle mani del regista teatrale svizzero Milo Rau viene investito da una delle più grandi innovazioni del teatro della seconda metà del Novecento: l’arte da prodotto finito diviene processo di creazione. Sempre tra gli Eventi speciali, nel suo Das Neue Evangelium Cristo è interpretato dal sindacalista camerunense Yvan Sagnet, intrecciando la rivoluzione cristiana con quella dei braccianti di Matera vittime del caporalato, riprendendo tutto, dai provini per i ruoli alle scene diegetiche. Mentre le Notti veneziane (a proposito di festival!) ospitano 50 Santarcangelo Festival, dal 1971 paesino romagnolo miliare dell’innovazione teatrale, come raccontano Michele Mellara e Alessandro Rossi. E ancora tra i Cortometraggi un’ennesima trasposizione de La voce umana di Cocteau per mano di Tilda Swinton e Pedro Almodóvar.
Tra personalissime preferenze e doveri di cronaca, è giusto sottolineare titoli/perle all’interno di questa 77esima, che riecheggeranno per vari motivi. Mandibules è il secondo film di Quentin Dupieux ospite alla Mostra, questa volta al Fuori concorso Fiction: politico baluardo del non sense e della risata, i suoi protagonisti sono due tonti imbroglioni e una mosca gigante. Mentre in Non fiction spicca Hopper/Welles, una lunga conversazione sulla vita e sul cinema svoltasi nel 1970 tra Dennis, giovane attore e regista appena reduce dal suo iconico Easy Rider (1969), e Orson, più anziano collega, autore delle riprese. Tra i Lungometraggi di Orizzonti ecco I predatori di Pietro Castellitto, esordiente alla regia e premiato per la miglior sceneggiatura (lo rincontreremo in Concorso all’80esima con Enea, grazie al coraggio di Barbera): un saggio sulle famiglie tra commedia all’italiana e i fratelli Safdie – ne leggerete ancora su Querelle! E a fargli compagnia Kaouther Ben Hania, per la prima volta a Venezia con L’uomo che vendette la sua pelle, premiato per la miglior interpretazione maschile di Yahya Mahayni: una storia di contraddizioni tra le pieghe dell’arte contemporanea. Autrice de La voce di Hind Rajab, vincitrice del Leone d’argento alla scorsa Mostra.
Guardandola da “lontano”, questa 77esima appare quasi impressionante, notando come i tempi siano spesso maturi prima del previsto e come altrettanto i problemi siano sempre gli stessi. Se da un lato certe protagoniste (dietro la macchina da presa e nella finzione) si sono affermate senza la necessità di un panegirico o di una retorica che ne giustificasse la presenza, dall’altro certi conflitti geopolitici soggetti di molti film ad oggi sono a dir poco peggiorati. Ecco che però saltano all’occhio nei titoli del Concorso (vi invito ad andarli a leggere) verbi e avverbi al futuro, parole come “mondo” e “nuovo”, e tra i temi coppie che non chiedono il permesso, lotte politiche e identitarie, famiglie d’elezione e non di sangue. Film in risposta a una crisi e forse nessuno che finisca davvero bene, ma comunque portatori di una speranza. Almeno lei mi sembra di scorgere mentre rileggo il programma che già avevo dimenticato, mentre mi saltano alla mente ricordi di quegli anni. E mi dico, con la mente e il cuore di adesso, che forse anche io mi sarei commossa nelle sale della Biennale in cui mai ho messo piede, avvolta dal nero e travolta dalle storie sul grande schermo. Quei film sul mondo “normale” e brutto in un mondo “anormale” e contagioso probabilmente sono stati necessari.
«Certo, non spetta al cinema riformare la vita o le persone; i film possono al massimo aiutarci a riflettere, a indirizzare l’occhio verso zone fino a ieri lasciate in ombra. Ed è questo che ci aspettiamo da un festival come Venezia: offrirci una panoramica di come gli eredi di Lumière hanno saputo declinare e reinventare le tante potenzialità del linguaggio cinematografico a cominciare da quelle estetiche, per farci “capire” un po’ di più il mondo che ci circonda», Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera del 31 agosto 2020.
Illustrazione di Alice Di Noto