Durante le proiezioni stampa molti critici hanno l’abitudine di scrivere su un taccuino alcuni appunti di visione, magari i nomi dei protagonisti altrimenti difficili da ricordare oppure delle battute da riportare con esattezza nella successiva recensione. La paura di ciascuno di noi è però quella di perdersi un momento fondamentale e inaspettato proprio in quelle frazioni di secondo in cui lo sguardo si sposta sulla pagina e in cui la mente è occupata con informazioni da annotare. Capita, è il brivido del mestiere. Se però vorrete fare qualcosa di simile durante The Echo Chamber, potete anche stare tranquilli, perché il rischio che si corre ha un coefficiente piuttosto basso.

Il nuovo film di Andrea Pallaoro sembra infatti costruito con la solita glacialità del suo autore, calcolato senza che ci sia il minimo spazio per l’imprevisto e per la sorpresa, per le emozioni e per le storture. E al cinema, che non dipende da regole precise come (pare) avviene per la pasticceria, questa non è mai la ricetta vincente. Ad essere sinceri ciò non può lasciare stupito chiunque conosca la filmografia dell’autore, i cui precedenti Medeas, Hannah e Monica già non brillavano per vivacità. Di questo The Echo Chamber s’è fatto però un gran parlare poiché tratto da una sceneggiatura di Bernardo Bertolucci – che evidentemente non ha avuto modo di esprimere il suo consenso o il suo dissenso sulla scelta del regista, peraltro per un progetto così personale –, con Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini. 

Bertolucci tratta infatti un tema a lui molto vicino negli ultimi anni della sua carriera, passata con la compagnia di grandi sofferenze fisiche e la costrizione sulla sedia a rotelle. Leo (Luca Marinelli), protagonista del film, è infatti anch’egli un artista, produttore musicale, alle prese con dei forti dolori alla schiena, che gli impongono una vita da quasi recluso nella sua dimora. The Echo Chamber ha inizio allora con una sua overdose successiva all’assunzione dei farmaci di cui abusava per porre rimedio al dolore: da lì, scopriamo quanto avvenuto prima e dopo, tra la relazione con Anne (Alicia Vikander) e la collaborazione con la cantante Ava May (Susan Sarandon).

Del regista di Ultimo tango a Parigi e Novecento resta però solo quest’idea di partenza. Se il suo cinema è stato infatti sensuale, elegante e spettacolare, non viene in mente un cineasta più distante da lui di Andrea Pallaoro, i cui film sono invece quasi del tutto freddi e asettici. E, distanza incolmabile tra la filmografia di Pallaoro e quella di Bertolucci, sono privi di un’effettiva ambizione, a patto di non scambiare per quest’ultima una fastidiosa pretenziosità. Questi difetti sono tutti confermati. Non si avverte mai la sofferenza fisica nel corpo di Luca Marinelli (perché il materiale nelle mani del regista è qui di primissima qualità). Non c’è alcun trasporto tra Leo e Anna – ci mancano già i Matteo e Greta del bel Succederà questa notte –, il cui riavvicinamento è grottescamente messo in scena con i due impegnati a raccogliere dei cubetti di ghiaccio caduto per terra. La musica che il protagonista compone con Ava May e che si sente diverse volte non funziona. E quest’ultima ha tutt’altro che un ruolo secondario, visto che uno dei temi narrativi principali di The Echo Chamber sta proprio nella possibilità di non fuggire dal dolore, ma di convertirlo in azione, nel suo caso in arte.

Pallaoro ambienta la vicenda tutta all’interno della casa del protagonista, asettica tanto quanto è freddo il suo inquilino e poco interessante cinematograficamente parlando, patinata ma vuota. L’atmosfera del film è poi rarefatta, merito (colpa) di silenzi ostentati e una generale staticità. Certo, si parla di un protagonista che per i suoi problemi si muove il meno possibile e la regia assume queste caratteristiche, no? Attenzione a non cascare in questa giustificazione intellettuale a cui è affidata l’intera messa in scena, senza che nell’asfissiante 4:3 del film possa mai entrare anche lo spettatore, le cui emozioni sono astrusamente e ostinatamente tenute alla larga. Un film che è pensato per le note di regia da allegare ai cataloghi dei festival più che per il pubblico (ah, già, The Echo Chamber è in concorso a Venezia 83, dove per ora si segnala come l’opera meno interessante e più problematica). Un cinema che in tal senso è detestabile, perché costruito su immagini e ipotesi teoriche e poco altro, e che nel 99% dei casi finisce con il significare assolutamente nulla.