Si comincia con un sogno raccontato a metà, che un po’ si ricorda e un po’ no. Prima ancora, il film si apre con una dedica a David Lynch (la sala Darsena qui a Venezia applaude). E prima ancora, nel 2009, Lynch aveva prodotto il diciassettesimo fallace film di finzione di Werner Herzog, My Son, My Son, What Have Ye Done. Sia quest’ultimo che Bucking Fastard sono tratti da storie vere e inconcepibili, l’assurdo a cui Herzog ha sempre aspirato, che però, per come sono narrate, finiscono per affondare in un pesante immaginario incubico con il quale il cineasta sembra non riuscire a legarsi, finendo per sezionare almeno questi film citati in due, bloccandoli in un confuso onirismo (documentario?) tronfio e poco incisivo. Forse il fatto che il nome di Lynch appaia in entrambi è solo un caso, considerando che la quasi totalità della filmografia finzionale prodotta durante gli anni duemila dal cineasta tedesco non segna. Lasciando da parte divagazioni, circa, e cercando di essere chiaro, al contrario di Herzog, torniamo a Bucking Fastard e al sogno/incubo.

Le sorelle Jean e Joan Holbrook (ispirate a Freda e Greta Chaplin, interpretate dalle sorelle Kate e Rooney Mara) sono talmente unite e inseparabili da parlare in simultanea, fare gli stessi sogni e innamorarsi ossessivamente dello stesso uomo, a cui causano danni e disagi dopo le notti di irrefrenabile passione sessuale confuse per amore, ma sopratutto dopo il matrimonio di questi con un’altra donna. Denunciate (la prima sezione è ambientata in un’aula di tribunale), sono costrette ad allontanarsi da lui. Nessuno sembra comprenderle. Perché si comportano così? Perché sembrano non accettare il disinteresse dell’uomo? Perché verso la fine del film forano una montagna? Perché non riescono ad essere indipendenti l’una dall’altra? Sono elementi estranei alla quotidianità, osservati con sguardi inquieti e pietistici. Dopo la ricostruzione della dinamica relazionale tra l’uomo e le sorelle, la seconda sezione del film racconta il loro trasferimento in un’altra città e il conseguente incontro con un assistente sociale e con varie figure deplorevoli e squallide che le molestano giornalmente.

La terza sezione, più dilatata, invece abbandona le città antiquate ma contemporanee, un contemporaneo suggerito e lasciato sempre sullo sfondo, al quale le due sembrano non appartenere, in favore di un’ambientazione rurale tipica di tutto il cinema herzoghiano. Quando le sorelle cominciano ad agognare una sorta di mondo-altro-ideale pieno d’amore perché Bucking Fastard è prima di tutto una pseudo-tragica storia d’amore non ricambiato , lo cercano dentro a una caverna, scavando un lunghissimo tunnel sedotte dai racconti di un anziano del posto, affiancate dal magnetico accompagnamento musicale di Ernst Reijseger. Qui, Herzog sembra voler scivolare progressivamente verso la sua immensa capacità documentaria, come se il film cercasse nella realtà un appiglio che la finzione non è riuscita fino a quel momento a trovare, esplorando la grotta e studiandola come nel magnifico Cave of Forgotten Dreams (2010). È qui che la frattura diventa più evidente e si chiarifica. Bucking Fastard rimane sospeso tra due forme che non riescono mai davvero a saldarsi, tra la ricostruzione finzionale dell’assurdo e l’osservazione da reportage di una realtà altrettanto assurda. I due linguaggi si affiancano, si contaminano, ma non arrivano mai a comporsi in un’unica materia cinematografica. È quasi come se il film fosse diviso a metà, incapace di scegliere se raccontare l’incredibile come una storia o contemplarlo come un fatto. E persino le due protagoniste sembrano portare addosso questa stessa frattura: sorelle nella vita reale e nella finzione, Kate e Rooney Mara sono al tempo stesso dentro e fuori dalla narrazione, unite da una coincidenza volontaria che il film sembra voler trasformare in parte della propria materia narrativa, senza però riuscire a farne davvero una sintesi.

Eppure Herzog sembrava essersi risollevato proprio da questa impasse con Family Romance, LLC (2019), che seppur imperfetto era un film in cui il confine tra finzione e realtà diventava finalmente poroso. Qui la recitazione non si opponeva al reale, ma lo produceva e lo deformava; la finzione non appariva come un involucro da cui evadere, bensì il dispositivo attraverso cui abbracciare la realtà e i suoi sentimenti e, perché no, da problematizzare. Mentre in Bucking Fastard accade quasi l’opposto. Le due forme si sfiorano continuamente senza mai fondersi, restando riconoscibili nella loro reciproca estraneità. E infatti, dopo aver preso aria, paradossalmente, proprio in una grotta, torniamo lentamente alla finzione, dentro una caverna di cui non riusciamo più a distinguere la natura. Attrazione, luogo dell’immaginazione o ennesimo sogno? Così, nel tentare di assorbire il cripticismo di un film stimolante, mi torna in mente una scena in Kinski, il mio nemico più caro (1999), in cui Herzog guardando una fotografia scattata sul set di Fitzcarraldo afferma «È una grande metafora, non so di cosa, ma è una grande metafora».