Prendetevi qualche minuto per ascoltare What a Wonderful World nelle due versioni più note, quella originale di Louis Armstrong e la cover di Joey Ramone. Sulla differenza di tono tra le due canzoni, entrambe presenti nello splendido Un bon petit soldat, in concorso a Venezia 83, Stéphane Brizé costruisce il senso del suo film, in cui qualcuno vorrebbe essere delicato e romantico come Armstrong, ma forse finisce per essere più spesso maleducato e rumoroso come Ramone. Tutto il lungometraggio allora consiste nell’oscillazione tra un tono e l’altro, tra la necessità della compagnia assicurativa Amali di apparire all’esterno come il luogo di lavoro ideale e il cinismo interno di chi antepone i numeri alle virtù.
La responsabile delle risorse umane dell’azienda – che in una scena esilarante verrà definita durante un illogico workshop sulla felicità per dipendenti “responsabile delle ricchezze umane” – è l’italiana Carla Moretti, per cui il CEO Arnaud sembra avere un occhio di riguardo. Ha un figlio in affidamento congiunto con un uomo con cui non sta più, eppure con il piccolo Louis passa solo poco tempo, impegnata com’è quotidianamente. Un giorno una dipendente le consegna la prova video di un caso di mobbing sul luogo di lavoro, che coinvolge un membro di rilievo della compagnia e ha come vittima un’impiegata che non soddisfa gli alti standard aziendali. Cosa fare? Agire eticamente schierandosi dalla parte della vittima, oppure comportarsi da soldatino, facendo gli interessi dell’azienda?
Insomma, dopo la non del tutto soddisfacente parentesi sentimentale di Le conseguenze dell’amore, Brizé torna a raccontare quel mondo del lavoro già al centro di grandi film come La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo. Proprio in quest’ultimo, nella scena finale, il personaggio di Vincent Lindon – presente anche qui nei panni dello squalo-CEO Arnaud – definiva il bon petit soldat come il tipo di lavoratore non autonomamente pensante, ma ubbidiente, che le aziende richiedono tutt’oggi. Qui il tema torna alla massima potenza, riproponendo un mondo del lavoro selvaggio come una savana, in cui si è costantemente minacciati da una rigida gerarchia; in cui il cinismo è l’unica maniera per mettere la testa davanti nella costante gara tra l’io e l’altro. Il giudice di questa gara è però il datore di lavoro, l’azienda stessa, e quindi spesso l’io deve necessariamente soccombere di fronte ad un’immorale forza maggiore. Il cinema di Brizé torna allora ad essere un film di scelte, di personaggi chiamati ad assumersi la responsabilità della decisione davanti ad un bivio.
Alba Rohrwacher è bravissima nei panni di Carla, tanto abile nel sembrare dimessa quando si relaziona ai suoi superiori – ha uno spiccato timore reverenziale nei confronti di Arnaud, che sembra godere per il controllo che esercita nel loro rapporto –, quanto nei panni della madre severa. Parte integrante e integrata del sistema, sembra perpetuare nei confronti di Louis il meccanismo di generazione del bon petit soldat. Assente in qualsiasi faccenda quotidiana, è interessata solo al rendimento scolastico e appare incurante nei confronti delle sue emozioni o delle sue reali esigenze, tanto che il figlio nutre nei confronti della madre le stesse ansie di questa verso il suo capo.
Al suo decimo lungometraggio, Brizé poi si diverte come mai prima d’ora. Non che l’ironia sia mai mancata nei suoi film, ma se si pensa alla trilogia sul mondo del lavoro girata tra il 2015 e il 2021 e alla sua sacralità, in Un bon petit soldat è abile nel creare situazioni comiche senza precedenti nella sua filmografia. «Ho fatto un film sui lupi in Romania, sui mormoni in Alaska e adesso questo su di voi» dirà ad esempio un regista impegnato nelle riprese di un video promozionale sull'azienda Amali.
Non manca nulla in pratica a Un bon petit soldat, con cui Stéphane Brizé dimostra di essere un autore continuo come pochi, capace di cogliere i punti nevralgici del mondo del lavoro contemporaneo senza muoversi su obsoleti canoni novecenteschi, aggiornando anzi istanze e urgenze al presente. Forse troppo spesso sottovalutato, meriterebbe la definitiva consacrazione una volta per tutte. Si potrebbe forse provvedere con un Leone?