All’interno della cornice di un festival, per lo più condizionata da tempistiche ristrette, scadenze impellenti e un continuo sovrapporsi di pensieri, non è inusuale, almeno per chi fa il nostro lavoro, tentare di individuare nei film visionati una sorta di summa del percorso artistico del regista di turno. Cercare fili rossi, stilemi ricorrenti, sforzarsi di leggere il testo attraverso una lente che possa ingigantirne correlazioni varie ed eventuali. Non è scontato poter fare lo stesso con Cédric Khan, cineasta e sceneggiatore francese classe ‘66, che nel corso della sua carriera non ha mai celato un certo interesse per la sperimentazione. E che, pur senza mai raggiungere risultati eclatanti, ci ha regalato negli anni una filmografia assolutamente eterogenea, capace di navigare a suo agio tra i generi e offrire così una discreta panoramica degli interessi e delle ossessioni che hanno ispirato il cinema del regista. 

15/18 (A Place to Heal), ultima creatura dell’autore presentata in Concorso all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, è dunque un ulteriore tassello di questo percorso, vicino e insieme equidistante dalla dozzina di titoli che lo hanno preceduto. Calato nella realtà fragile di un ospedale psichiatrico per adolescenti (appartenenti alla fascia d’età compresa tra i 15 e i 18 anni), che il regista adibisce a set di una personalissima indagine sociale, mescolandosi ai ragazzi, ai dottori e alle dinamiche relazionali di cui ogni giorno il reparto di neuropsichiatria si fa testimone. 

Dopo aver osservato dall’esterno le strutture fisiche e concettuali del fare cinema (Making of, 2023) Cédric Khan ribalta dunque la sua prospettiva, immergendosi anima e corpo all’interno degli spazi dell’ospedale e avvicinandosi il più possibile ai visi e ai corpi che lo abitano. La centralità di una comunità di recupero, già indagata in La Prière nel 2018, ci viene infatti raccontata attraverso l’avvicendarsi di primi piani e dettagli, mentre la macchina da presa, collocata per lo più al centro degli ambienti, registra senza giudizio, limitandosi a monitorare la quotidianità dei luoghi cardine dell’istituto. 

Lontano dall’approccio dei capisaldi del “genere” – si pensi ad esempio a Qualcuno volò sul nido del cuculo di Miloš Forman o alla sua più recente declinazione nostrana di Si può fare (2008) – 15/18 (A Place to Heal) ha probabilmente più a che spartire con con il Kripton di Francesco Munzi (2023), del quale ripropone – seppur in forma finzionale – le numerose sequenze di colloquio medico-paziente raccontate dal documentarista italiano; e che Cédric Khan si diverte a riprendere da angolazioni sempre diverse e a infarcire di scambi serrati forse mutuati dall’esperienza con il legal thriller (Il caso Goldman, 2023).

La struttura narrativa dell’opera, che si dispiega con grande coerenza per oltre un’ora di film, viene però improvvisamente sovvertita dall’inserimento in organico di un elemento esterno (il quasi diciottenne Enzo). Una svolta destabilizzante, per pubblico e personaggi, che conduce a un’ultima, forsennata, mezz’ora. E a una rocambolesca evasione dall’ospedale, ai limiti della verosimiglianza, con cui il regista prova forse a trovare un punto di fuga di maggior intrigo e attrattiva. 

Il che è un peccato. Perché sebbene il cineasta riesca ad agguantare una chiusura del cerchio finale di tutto rispetto (legata in particolar modo all’evoluzione di uno dei suoi numerosi co-protagonisti), questa sbandata impedisce a Khan, almeno in parte, di dare seguito a quell’approccio documentaristico adottato nella prima parte dell'opera. Agli sguardi gettati al di là del vetro di una finestra, alla tenerezza goffa di biglietti d’amore improvvisati, al cibo lanciato per gioco e alle prese in giro adolescenziali che profumano di stabilità e sicurezza. A quegli squarci di verità e di grande sensibilità “anti-narrativa”, che, anche solo per qualche secondo, annullano le urla, le paure e le ferite sotto la pelle.