Non me ne vogliano né gli amanti dell’opera lirica né i più sapienti sulla storia e le tecniche teatrali, ma durante la visione di Shumei – The Living Legacy of Kabuki il pensiero va a Aida e Turandot. Il Kabuki è un genere teatrale giapponese divenuto patrimonio immateriale dell’umanità e appunto come per la lirica in Italia (più o meno) si nutre di un rispetto, di un’attenzione e di un apprezzamento tutt’ora profondissimi. Nato all’inizio del Seicento dall’idea della performer Izumo no Okuni - una donna, esatto, anche se successivamente le pratiche vennero interdette dagli uomini all’intero genere femminile - , si esprime tra la recitazione verbale e la danza, ma non è la narrazione il punto focale. Sono i suoni, le emozioni, le immagini evocate da movimenti minimi e precisi e da solipsismi accorati e commoventi che inondano lo spettatore. Non tutti noi potremmo in breve tempo volare in Giappone per osservarne le pièce, piene di costumi, trucchi e scenografie pittoresche, ma a questo ci pensa Takashi Miike.
Il regista firma così il suo primo documentario presentato nella sezione Fuori Concorso di Venezia 83, e ha l’aspetto di un vero e proprio viaggio nello spazio e nel tempo soprattutto. Sullo sfondo c’è il Giappone millenario e quell’odierno, che si stringono la mano nel momento in cui davanti l’inquadratura compare Ichikawa Danjūrō XIII. Per noi occidentali si direbbe un normale attore, un performer molto famoso, ma che in Giappone e in particolare tra il 2019 e il 2022 ha le caratteristiche di un dio, del teatro specificamente, nonostante sia anche un marito, purtroppo vedovo, e anche un padre.
Il suo vero nome non è Ichikawa Danjūrō XIII: si tratta più che altro di un’investitura. Apparteneva a un attore celeberrimo e bravissimo tanto da diventare un titolo, che il primo ha passato al figlio e via via ai figli dopo di loro, e l’attore contemporaneo protagonista del film di Miike sarà proprio il suo tredicesimo erede. Lo Shumei è appunto il percorso e la cerimonia d’investitura, meritata perché nella sua eccellenza interpretativa Ichikawa è riuscito a coniugare la tradizione con l’innovazione. Per intenderci, è come se eleggessimo ogni tot un Marcello Mastroianni, letteralmente, e ogni sua versione venisse distinta attraverso numeri ordinali. Durante le riprese svolte nel 2019 vedremo Ichikawa andare in scena per tre repliche di fila al giorno e indossando i panni di ben tredici personaggi con altrettanti cambi scena.
Sacrificio, dedizione, fatica, rispetto, onore. Paroloni che appartengono anche al figlio del Tredicesimo, cioè Ichikawa Shinnosuke VIII (anche qui, non il vero nome ma il titolo) che non ha neanche dieci anni e quando il papà a un certo punto delle repliche pre investitura durante il 2019 si prende quattro giorni di pausa lui continua imperterrito: tenero, comico e sfrontato mentre fa mille domande alle telecamere di Miike e chiedendo di non essere disturbato, come una star.
L’umanità di Ichikawa scompare sotto al trucco pesantissimo, sotto alla sua stessa bravura. È troppo difficile immaginarlo uomo adulto, padre che cucina un uovo alla coque per i suoi figli. Eppure i suoi sforzi, il suo corpo, quelle espressioni così buffe e impossibili per noi occidentali sono esattamente l’aspetto più umano della nostra specie: torno a distanza di una recensione a parlare ancora di rappresentazione e di gioco, di individui nel mezzo.
La recensione non è altro che un testo su un altro testo, cioè il film, e in un’opera-finestra come questa, su un mondo lontanissimo, altre parole sarebbero solo ridondanti. Quindi anche Miike zittisce la voce narrante quando, soprattutto verso la fine del documentario, la camera non fa altro che registrare ciò che accade in scena, ovvero il repertorio che Ichikawa esegue proprio il giorno dell’investitura. Ce lo restituisce come se fossimo seduti tra il pubblico in Giappone. Nessuno in sala, deduco, conosce il giapponese o ha gli strumenti teorici per comprendere ciò che sta accadendo. Ma ecco, non è questo il punto, per fortuna.
Abbandoniamoci e meravigliamoci davanti alla complessità di questo pianeta, all’arte che si è sviluppata, diversa ma sempre la stessa in tutti i suoi angoli. E non c’è niente da capire, diceva il cantautore.