Premetto che la mia visione in Darsena qui a Venezia di From Inside Out - The architecture of Peter Zumthor sarà molto diversa dalla vostra. Ho visto il nuovo documentario di Wim Wenders in 3D e immagino che molti di voi non riusciranno a reperirlo in sala nella forma in cui è stato concepito dal cineasta. Si tende a pensare che il 3D sia efficace soprattutto nei film spettacolari e che possa risultare quasi sprecato in un documentario. Wenders invece aveva già intuito le potenzialità di questa tecnologia nel 2011, quando realizzò Pina. Il suo obiettivo era trovare un linguaggio cinematografico capace di restituire la profondità dello spazio e la presenza dei corpi nella danza di Pina Bausch, superando così quel limite della bidimensionalità dello schermo che lo aveva portato a esitare nella realizzazione del progetto. In From Inside Out il 3D arricchisce (ammetto, inaspettatamente) la forma filmica e la narrazione proposte da Wenders già dalla prima inquadratura, che mostra i più ordinari spigoli di alcuni soffitti oltrepassare i confini dello schermo. Osservarli con una profondità inversa rispetto a quella con cui il 3D ci ha abituati mi ha fatto un certo effetto. Solitamente gli oggetti agiscono dall’interno verso l’esterno; qui e in tutto il documentario la direzione è opposta. Curioso, considerando che Zumthor propone un’architettura che guarda da dentro a fuori.

Peter Zumthor è un architetto che, anche se considerato un maestro, ha costruito relativamente poco rispetto alla fama che ha raggiunto. Il suo interesse rivolto al come ci si sente dentro un edificio lo porta a ragionare sopratutto sull’atmosfera che il luogo dovrebbe produrre, sulle sensazioni evocate dalle possibilità della luce, dalle proporzioni, dai materiali, dagli oggetti, rivelando l’attaccamento all’artigianalità e alla materia. L’architettura non dovrebbe essere un veicolo per significati estranei alla propria natura, né inseguire continuamente stili e mode; dovrebbe rispondere con precisione al luogo, all’uso e alla società per cui viene costruita. Da qui, come Zumthor, Wenders non parte dall’oggetto architettonico osservato dall’esterno, ma dall’esperienza di stare dentro uno spazio con la possibilità di guardare cosa lo attornia. From Inside Out arricchisce l’intuizione con scelte a mio avviso molto più funzionali rispetto ad Anselm (il secondo documentario di Wenders girato in 3D, dedicato ad Anselm Kiefer). In quel caso il regista ricorreva anche a situazioni finzionali, come la presenza di un Kiefer bambino, costruendo una sorta di dimensione immaginaria e talvolta posticcia attorno alla figura dell’artista (peccato, la parte strettamente documentaria è molto affasciante). Qui invece gli inserti fittizi non risultano invasivi e non sembrano voler aggiungere una storia a ciò che stiamo guardando. La loro funzione è introdurre un soggetto che guarda, un corpo che abita lo spazio, che si muove al suo interno e che ci dà modo di condividere quello sguardo. La finzione diventa quindi uno strumento per rendere visibile l’esperienza del luogo, più che per costruire una narrazione.

Wenders, lungi dal mostrare solo gli edifici e a narrativizzare la biografia dell’architetto, desidera piuttosto accompagnarci mentre le attraversiamo, restituendo il viaggio come esperienza sensibile (il tempo atmosferico si percepisce a Casa Luzi), avvicinandosi con eleganza alla distanza tra i corpi e le superfici, alla consistenza dei materiali, alle soglie da oltrepassare e quindi sul continuo rapporto tra dentro e fuori. Per questo c’è il vetro. Le finestre non sono unicamente elementi architettonici, ma sono aperture verso il mondo. From Inside Out ci ricorda che tra noi e il mondo esiste sempre una distanza, una distanza che non appena viene resa visibile può essere esperita e, perché no, in qualche modo superata.