Miguel e Sofia sono seduti a tavola in un ristorante. Un commensale chiede loro come si siano innamorati l’uno dell’altro. Miguel racconta di come un giorno, seduto nella stessa stanza di Sofia, sia improvvisamente scoppiato a piangere mentre la ascoltava; e di come lei, profondamente colpita dalla sua sensibilità, abbia deciso di baciarlo. La verità, confessa però Miguel appena qualche secondo dopo, è un’altra: a causare le lacrime è stata la sua allergia al pelo di gatto. Ma in qualche caso, anche le grandi storie d’amore possono nascere a partire da un malinteso.
Verità e relazioni umane. Bunker, nuovo film di Florian Zeller presentato in Concorso alla 83esima edizione del Festival di Venezia, sembrerebbe voler riaffermare quelli che sono i capisaldi del cinema del regista. Un cinema che, a partire dall’esperienza al Sundance di The Father (2020), giunge oggi al suo terzo passaggio su tre in ambiente festivaliero (The Son, come Bunker, era stato selezionato per la vetrina del Lido nel 2022).
Girato tra Spagna e Francia, ma ambientato a Londra, il film tesse le trame del suo intreccio attorno alla coppia di protagonisti Javier Bardem e Penélope Cruz. Lui è un architetto di successo, lei lavora in una casa editrice. Ma quando un miliardario del settore tecnologico (Paul Dano) affida a Miguel l’incarico di costruire un bunker, con tutte le implicazioni ideologiche che la richiesta comporta, Sofia, già parzialmente insoddisfatta, inizia a mettere in discussione 17 anni di matrimonio. Del resto, una relazione di lunga durata può celare qualche buco, qualche piccola, ma fastidiosa frattura. Difficile da ricomporre perfino, per quanto ci si sforzi di negarla, di nasconderla, magari dietro a un telo nero. E se non si corre ai ripari, se non si presta la giusta attenzione, il buco rischia di allargarsi, e tutto potrebbe precipitare.
Di cosa parla allora Bunker? Di lotta di classe e di eco ansia? O della storia di un matrimonio in crisi? O ancora dell’inevitabile collasso sociale che attende l’umanità, e quindi dell’importanza della relazione con l’altro? Difficile a dirsi. Di tutto e di niente verrebbe da dire. Perché la sensazione, soprattutto nel momento in cui il film guadagna minutaggio, è che Zeller abbia deciso di mettere troppa carne al fuoco. Di seminare largamente il terreno della propria storia, sperando poi di raccoglierne i frutti.
Dopo il dedalo di spazi fisici e mentali indagati nel suo primo lungometraggio, il bellissimo The Father, Zeller replica invece il passo falso di The son inciampando nuovamente negli ambienti casalinghi, e dirigendo un thriller-drama-comedy-e chi più ne ha più ne metta, all’interno del quale sembra muoversi in preda alla medesima confusione dell’Anthony Hopkins del suo esordio.
Colpevole di sprecare la grande alchimia tra Bardem e Cruz, impeccabili dentro e fuori lo spazio dell’inquadratura, Bunker non riesce purtroppo a capitalizzare i momenti di buon umorismo che punteggiano il film (si pensi alla sequenza nella galleria d’arte e a quella della consegna del pacco). Situazioni estemporanee di ottima fattura, purtroppo asservite al “colpo di scena” e a tediosi ragionamenti teorici – costruiti però su metafore scoperte e grossolane.
Meriterebbe poi una piccola menzione anche il frangente costruito sull’abbraccio tra Miguel e la figlia, nella cameretta di lei. O la chiamata zoom con il miliardario di Paul Dano, tra l’altro in perfetta continuità con la proiezione di Musk e con i dubbi relativi al potere, alla conoscenza di chi davvero governa il mondo e che dal mondo vorrebbe al contempo proteggersi, prendere le distanze, nel disinteresse per la collettività.
Purtroppo il film rimane vittima della stessa ambizione che lo ha spinto a intersecare piani diversi del racconto nel tentativo di una produzione di senso. Giocando ad assimilare riferimenti di genere (soprattutto le basi dell'home invasion e del dramma familiare), ma finendo per scivolare in un didascalismo abbastanza insipido.