Esco dalla sala e sento l’angoscia addosso. Chiedo conferma agli altri del gruppo e scopro che sì, non sono l’unico a sentirmi così. Sarà che sono le undici e quarantasette, e che è l’ultimo film della giornata, e che la stanchezza inizia a farsi sentire. La città dei vivi è il primo film del festival, finora, ad avermi scosso profondamente. Adesso che scrivo l’ho metabolizzato e riesco a pensarci più lucidamente rispetto a ieri sera; e anche se sono riuscito a individuare qualche difetto – ci torneremo più avanti –, mi è restata appiccicata addosso l’idea che questo film conservi un barlume di interesse, più simile a un'ossessione o a un qualcosa che non si riesce a smettere di guardare, anche se immorale. È come guardare uno scontro grave tra due motociclette, e restare immobili anziché chiamare i soccorsi. 

Sarà pure a causa di tutta la quantità di materiale preesistente riguardo alla storia che Gabbriellini sceglie di raccontare (il podcast e libro omonimo di Nicola Lagioia, da cui la pellicola è liberamente ispirata) che ancora prima di guardare il film si entra in sala già più o meno pronti ad assistere all’insensatezza e all’efferatezza dell’omicidio di Luca Varani. Si entra in sala aspettandosi un “qualcosa”, tra di noi si vocifera ancora di questo caso di cronaca del 2016, e addirittura ci scambiamo ricordi di quell’anno; c’è chi parla di frammenti di servizi al telegiornale, chi di qualche intervista del padre di Luca in tv, chi non ne ha mai nemmeno sentito parlare anche se il Paese rimase profondamente scosso da questo omicidio. Insomma. 

Edoardo Gabbriellini sceglie la strada della contro intuizione, e mira a ritrarre Luca Varani, anzi, più correttamente il corpo di Luca Varani nella sua interezza, dal momento dell’adozione a quello della sepoltura, e in tutta la sua articolata quotidianità – inquadrandola di riflesso dagli specchi e dai vetri, gli amici, gli oggetti. Poi il tutto confluisce nella tenerezza più assoluta, ovvero quella tra lui e la sua famiglia, tra lui e la sua compagna Marta Gaia. Il tempo per il ventitreenne scorre, anche se pare accelerare troppo, un giorno dietro l’altro, e oscillare tra la volontà di trasferirsi in una nuova casa e la voglia di lavorare dopo aver lasciato le scuole serali. Gli ambienti, ne La città dei vivi, veicolano una mutazione costante, parlano la lingua dei corpi (la cameretta, il furgoncino del padre, l’officina, Roma Termini, la casa in cui Marco e Manuel lo uccidono; e che odora troppo di un nauseante luogo chiuso). 

Ora che ne scrivo c’è solo un modo con cui riesco a figurarmi la struttura narrativa del film di Gabbriellini, e la vedo come una linea che disegna una piramide: il film inizia e concretamente non succede nulla per la prima ora circa (la linea che sale). Poi si arriva al climax, alla barbarie (alla punta della piramide), e infine passare a una nuova quotidianità, che seppure non sarà mai la stessa di prima avanza, inesorabile (la linea che scende). E il difetto maggiore mi sembra essere proprio questo, un vuoto che regge poco tutta l’attesa verso il momento culmine. E indubbiamente la volontà di arrivarci in questo modo è fondante, perché vuol dire giungere allo shock a passo lento, dopo una conoscenza a tutto tondo di Luca – le sue dipendenze, i suoi difetti, fino al suo gioioso e sano amore per la vita. 

Dopo la visione c’è chi sostiene di averci visto anche una velata "critica sociale", perché in fondo è la condizione dei personaggi ad averli spinti a questo: alla dipendenza dall'alcool, dalla cocaina, dell'edonismo sfrenato e dai soldi facili. Io non sono affatto persuaso. C’è davvero lo spettro di una critica di qualche tipo? Io non credo. Piuttosto ho maturato l’idea che il cuore del film fosse proprio la volontà, per una volta, di non restituire niente allo spettatore. Nulla. Di offrire una risposta spuria alle domande che affollano il nostro presente iper voglioso di feticcio true crime e profili psicologici da salotto di Rete Quattro. «Io non sopporto tutto questa ossessione per il true crime, per i podcast alla Stefano Nazzi. Mi mettono angoscia», dico mentre scendiamo le scale del Palazzo del Casinò, dirigendoci verso il bar.