Ci siamo tutti (o quasi) meravigliati nel vedere qui a Venezia in concorso autori italiani ancora poco reclamizzati come Paolo Strippoli o Andrea Pallaoro, mentre i grandi maestri Mario Martone e Gianni Amelio sono omaggiati fuori dalla competizione. Un ricambio generazionale voluto da Barbera in un’edizione in cui forse è giusto prendersi dei rischi, pensavamo. Ora, prima ancora di sapere se anche Martone ha combinato uno scherzetto, dopo aver visto Nessun dolore di Gianni Amelio possiamo dire che effettivamente non meritava di stare in concorso e che forse la scelta della Biennale era più motivata da ragioni qualitative che ideologiche. Il cineasta calabrese infatti presenta un film che poco ha a che fare con la sua illustre carriera, che proprio qui al Lido fu consacrata nel 1998 con il Leone d’oro a Così ridevano.

Ma cosa c’è che non va in Nessun dolore? Dispiace dirlo, ma quasi tutto. Amelio costruisce dopo oltre trent’anni un controcampo del finale del suo Lamerica. Lì lasciavamo i protagonisti in mezzo al mare Adriatico, salpati dalla loro Albani nella speranza di trovare maggiori fortune in Italia. Oggi il focus invece si sposta su chi nel Belpaese è effettivamente arrivato, non più migrante ma immigrato. Davide allora è un trentacinquenne che gestisce un chiosco di libri nel centro di Roma. Un giorno rimane coinvolto involontariamente nella morte di un bambino proveniente dal Maghreb. In quell’occasione, conosce la senzatetto Aminah e, per espiare il suo peccato, decide di darle ospitalità in casa sua. Che ben presto diventa casa loro, di lui, di lei, e di sempre più migranti, con la fila di scarpe lasciate all’ingresso che si allunga quotidianamente, fino a quando per Davide non c’è più spazio. Se ne va dalla sua abitazione, cedendola ai nuovi inquilini senza protestare più di tanto, anzi convinto che forse serva più a loro.

La visione di Amelio più che quella di un grande autore assomiglia a quella di un giovane idealista naïf o piuttosto di un uomo ormai distante dalla contemporaneità. Sembra vivere nella bolla di chi infondo è distante dai problemi, sfociando in una retorica ingenua, spicciola e poco significativa. Nella follia di Davide non c’è nemmeno il romanticismo donchisciottesco di chi predilige “le sorprese di quest'anima tiranna / che trasforma coi suoi trucchi la realtà che hai lì davanti”, perché lui non è mai un soggetto attivo e si limita piuttosto a ritirarsi nel suo guscio. Trattato da Amelio come una sorta di San Francesco moderno si spoglia dei suoi averi in nome di una presunta giustizia sociale dai tratti sfumati che, ad essere onesti, assomiglia di più ad un’incapacità di alzare la voce e farsi valere.

Davide, interpretato da un Alessandro Borghi assolutamente fuori fuoco e privo di carisma, riveste anche i panni (che a livello di costumi assomigliano a quelli di Bruce Wayne quando in Batman Begins si scambia le vesti con un senzatetto) dell’eroe intellettuale che trova rifugio tra i libri ed insegue passanti restii per regalargli un Primo Levi. Si ripete spesso come oggi nessuno legga più, nel tentativo goffissimo di rintracciare nella scarsa attitudine alla cultura del nostro paese l'origine dei problemi politici dello stesso. Non posso dirmi in disaccordo, ma siamo distanti dall’efficacia circa un tema simile dimostrata da Danny Boyle, seppur con un film distantissimo da questo.

A completare il disastroso quadro di Nessun dolore ci sono anche Valeria Golino, che interpreta Elsa, un possibile interesse romantico di Davide, e Valerio Mastandrea, dipendente di un obitorio e quasi amico del protagonista. Quale sia il loro ruolo nell’economia della narrazione, non è facile a dirsi. O meglio, sono fondamentalmente irrilevanti, tracciati solo superficialmente da Amelio, tanto che quando ad entrambi riserva una sorta di evoluzione, questa risulta del tutto superflua. Insomma, l’elemento politico è delineato con agghiacciante e irrisolto semplicismo, mentre tutto il resto potrebbe semplicemente essere omesso, perché sembra non importare in primis al suo regista. 

Peccato, perché non si riconosce lo sguardo di Gianni Amelio in un film che tutto sommato sembra per tematiche perfetto per lui. E il problema è forse proprio che c’è troppo poco del cineasta in questo lungometraggio. Possiamo solo consolarci con la consapevolezza che ce ne ricorderemo per ben poco, senza che sia minata l’assoluta stima provata nei confronti del cineasta calabrese. Nessun dolore, insomma.