La storia del cinema è piena di film meravigliosi che affrontano personaggi ai margini della società immersi in una costante lotta quotidiana. Si potrebbero citare decine e decine di autori in tal senso, da De Sica ai fratelli Dardenne passando per Ken Loach, tutti capaci di restituire grazia a quelle esistenze che non sempre l'hanno vista riconosciuta. Ma accanto a questi nomi ce ne sono alcuni che fotografano situazioni all’opposto, con protagonisti che vivono in contesti di diffuso benessere e che su questa stabilità imbastiscono discorsi di profondissima superficialità. Un cinema in cui il welfare non solo è presente, ma è quasi condizione necessaria per conversazioni su temi apparentemente meno impegnati eppure di grande stimolo intellettuale. Chi scrive ha una grande passione anche per queste opere, alla Dag Johan Haugerud per intenderci, tra cui spicca però anche il bellissimo Alice e il sindaco del 2019 di Nicolas Pariser. Quest'ultimo compie un passo ulteriore, effettuando una sintesi tra questi due poli. Si può essere superficiali anche quando il mondo è in fiamme?
In Un peu avant minuit, in concorso a Venezia 83, vediamo infatti una Parigi blindata, con l’esercito nelle banlieue e il presidente pronto ad esercitare i poteri dell’articolo 16 della Costituzione (che gli affiderebbero di fatto i pieni poteri). Eppure Léo, insegnante di editoria, sembra non interessarsene perché ha altro a cui pensare. Vive a Nancy con una donna che non ama più ed è nella capitale per una settimana, in attesa di dirigersi in Italia per la lettura del testamento di un padre che non ha mai conosciuto. In questi pochi giorni, prova a passare più tempo possibile con la figlia, la diciannovenne militante Emma, e con qualche suo vecchio amico. Torna quindi in contatto con un mondo che aveva lasciato vent’anni prima, quando si occupava di critica letteraria e passava da un letto all’altro. Una nuova conoscente sembra fargli notare come in realtà abbia fatto parte di un sistema maschilista e che quindi le donne che sono state con lui potrebbero avere una diversa visione di quelle relazioni.
Nicolas Pariser costruisce allora una sequenza di incontri e passeggiate – in una sorta di versione annoiata e dilatata di un certo film di Agnès Varda –, durante i quali Léo parla e straparla con i testimoni di quel passato. I suoi vecchi amici, tutti uomini che con lui componevano “l’orda”, il gruppetto dei belli e impossibili della redazione, oggi sono fantasmi bloccati nella nostalgia di un tempo ormai superato a cui guardano con romanticismo, come se fossero stati eroi di una storia irripetibile. Uno è diventato un ebreo bigotto, un altro è al centro di diverse accuse di stupro, un altro ancora lavora per il sito web di un parente e addirittura uno sta producendo una serie tv autobiografica sulla redazione in cui tutti si sono conosciuti, forse proprio per rivivere quei vecchi fasti. Distaccato e a tratti snob, il protagonista li guarda con freddezza se non con fastidio. Quando però quando si trova al cospetto delle donne della sua vita, queste lo invitano a scendere dal piedistallo. Non è infatti diverso dagli altri, che almeno sono riusciti a costruirsi una realtà alternativa in cui vivere. Prova a mostrarsi disilluso, lontano da quel passato che pure resta l’highlight anche della sua esistenza.
Rimane sconvolto quando scopre di non essere stato importante per le sue diverse fidanzate e compagne. Queste lo hanno dimenticato, o piuttosto superato senza troppe remore. Sono ben più sveglie degli uomini che Pariser mette in scena in Un peu avant minuit, tanto calate nella contemporaneità da non avere tempo da perdere con simili sciocchezze. Credono anzi che ogni relazione – passata, presente o futura – non abbia nulla a che vedere con quel presunto romanticismo, ma che sia esclusivamente un terreno di scontro politico tra menti e corpi. Scontro che vent’anni prima era stato appannaggio esclusivo di quei maschietti che per questo guardano a quell’epoca con nostalgia. Adesso il mondo è cambiato in peggio e – come dice Armelle, ex stagista con cui il trentenne Léo era stato per qualche mese, accorgendosi solo ora di quanto inopportuna fosse stata quella frequentazione – la democrazia sembra avvicinarsi ad una fase di eclissi. E sono proprio le donne nel racconto di Pariser ad invitarlo inutilmente a svegliarsi, facendosi carico della difesa perché costrette a compensare la miopia della generazione di uomini che le accompagnano.
Eppure è impossibile non provare simpatia per Léo (interpretato alla grande da Melvil Poupaud), simbolo di quella classe di intellettuali colti e snob, che la fragilità economica ha costretto al precariato e che sono stati fagocitati dalla propria ingenuità, superati a sinistra e a destra da chi prima guardavano dall’alto in basso. Il suo distacco nei confronti del disastro che lo circonda è figlio di un’incapacità di fondo di comprenderlo, come se non avesse i mezzi necessari per farlo. E allora non gli resta che guardarsi alle spalle, quando era importante e non irrilevante come ora, quando era il centro del mondo prima di battere in ritirata, nascondendo la propria inadeguatezza dietro ad un’apparenza da eroe romantico.