Da quando ho visto Scherzetto non riesco a smettere di pensare a un racconto di Anna Maria Ortese, dal titolo Un paio di occhiali (contenuto nella raccolta Il mare non bagna Napoli), a causa del modo con cui il piccolo Mario – coprotagonista dell’undicesimo lungometraggio diretto in solitaria da Martone – giudica le illustrazioni del nonno Daniele (Toni Servillo). Mario guarda le immagini del nonno e dice: «sono troppo scure». Ecco, mi sembra un modo di intendere lo sguardo infantile, prescolare, simile a quello che adopera Ortese nel suo racconto; qui infatti la protagonista, anch’essa una bambina, è esaltata all’idea di poter finalmente indossare un paio di occhiali per riuscire a vedere come sono per davvero la città e il mondo intorno a lei. Una volta indossati gli occhiali però, quello che prova è invece un senso di nausea e a seguire dei sintomi di svenimento, perché (leggendo tra le righe, si intende) vede per la prima volta il mondo per come appare davvero: sporco, caotico, confusionario. Non era il mondo che si aspettava, e l’impatto è decisamente troppo doloroso da reggere, specialmente per una bambina.
In Scherzetto una buona parte del racconto si divincola in questa direzione, perché è la storia di due figure, il nonno Daniele e il nipote Mario, che condividono delle somiglianze spaventosamente comuni, a discapito dell’età anagrafica che li divide. Se il primo è un artista di successo, sicuro e inflessibile sulle scelte che compie quotidianamente, il secondo possiede ancora l’innocenza necessaria per lasciarsi affascinare da un mondo-fuori tutto ancora da scoprire. E si parla anche di un ritorno alla radice comune, pensando che Daniele è di nuovo nella stessa casa dove è nato e cresciuto, e dove adesso vive sua figlia con il marito Saverio e Mario. È tutta qui la sua matrice autoriale, il suo background d’artista che da giovane viene tormentato e osteggiato dal resto dei fratelli e dai genitore, e dalla nonna, che lo costringono a dedicarsi a un lavoro vero in officina invece di pensare a disegnare. È in fondo una questione di traumi, di inconscio che straborda nelle tavole che Daniele prova disperatamente a concludere per un nuovo libro illustrato di Henry James.
La rappresentazione è tutto quello che possiede, è tutto quello che gli ha permesso (e gli permette ancora) di voltarsi per guardare altrove; e non restare vittima dei fantasmi che anche a distanza di decenni ancora abitano le mura della casa – e dove si svolge l’intero film. L’insonnia è un segno evidente dello sconforto represso, e del rimorso che si manifesta sotto forma di paure irrazionali (una su tutte quella del vuoto; che altro non sarebbe se non lo spazio sotto il balcone). E allora, proprio per una concatenazione sfortunata di eventi, arriverà il momento nel quale affrontare questo isolamento, anzi, questa solitudine cercata con così tanta insistenza.
Prosegue, con questo lungometraggio tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone, l’opera di comparativismo tra le discipline del regista napoletano, che oltre alla letteratura e al cinema fonde, ancora una volta, anche una certa attitudine teatrale scegliendo di svolgere tutto in singola location. Lo spazio è ancora una volta l’espediente utile per girare attorno alle cose, alle pulsioni dei due personaggi. Ma il momento forse più denso è quello che paradossalmente ci porta in strada, in quartiere, inquinato dalla rabbia («’a raggia») dei bassifondi che, come nel racconto di Ortese, colpisce Mario – e a dirla tutta anche un po’ Daniele – con tutta la sua esagerata violenza e gratuità. Però resta il fatto che anche qui l’ispirazione viene, e si prendono appunti dal vero per costruire altra finzione. Altri giochi destinati a finire presto.