Il gioco è lo strumento più potente per mostrare e interpretare la realtà. Lo sanno i bambini, che se ne servono quotidianamente, lo dimenticano gli adulti che se ne riappropriano quando diventano artisti, magari registi cinematografici. I corpi di chi gioca sono veri, le situazioni sono fittizie. Forse è in quel crinale che deve muoversi l’artista, nella maniera che più gli aggrada. Robert Greene ha osservato spesso individui nel momento in cui interpretano un ruolo, per assunti sociali, per lavoro, per necessità. E insiste ancora con il suo nono film, in concorso a Orizzonti.
Too Much Sugar è un’espressione sulla quale i numerosi ideatori e protagonisti del film si interrogano, en passant, ma non si finisce per concordare su un’interpretazione in particolare. La nonna lo diceva sempre a Ryan Holliger, protagonista: carpentiere, padre, boxeur del Missouri, che Greene incontrava alle partite di basket di suo figlio e odiava fortissimo, sinché poi ha cominciato ad amarlo. La fascinazione è ben giustificata dato che Ryan è indubbiamente una persona molto particolare. La sua famiglia, non senza remore, ha assecondato una specie di culto della personalità che lo stesso Ryan ha creato, partendo dall’aver diffuso il suo seme inanellando tradimenti. Ripete spesso con fierezza che ha avuto sei figli da cinque mogli diverse e a onor del vero il ruolo di padre viene solo dopo la sua professione. Infatti è questo il punto: Ryan confessa alle telecamere di Greene che ha sempre desiderato girare un film su se stesso e sulla paternità, per comprenderne i meccanismi e puntare alla miglior condotta possibile, dati l’ingente prole e esempi poco eccelsi. Così Greene lo aiuta, anzi, si aiutano a vicenda: alla prima voce dei titoli di testa, “da un’idea di”, ecco dispiegarsi un numeroso elenco di persone.
La famiglia di Ryan e del suo amico più caro AccRite sono due clan, che giocano a basket nella strada di casa, molto uniti nelle loro gioie e nelle loro disgrazie. AccRite ha da poco perso un figlio, ucciso in una rissa, e non pensa ad altro. E via via conosciamo la restante numerosa prole, la compagna e la madre di Ryan. Si alternano scene di vita quotidiana a interviste dirette, in cui ognuno si presenta e svela il film che vorrebbe girare: la storia, il genere, le emozioni che dovrebbe trasmettere, i motivi della propria scelta. E piano piano questo film piccolissimo (non per importanza) diventa tantissimi film, imbevuti di tenerezza e comicità, perché la finzione non è mai nascosta (con tanto di figlio Wayde che prende in giro papà Ryan perché recita malissimo).
Too Much Sugar è a tutti gli effetti una terapia collettiva. In certo cinema, come in certo teatro, il nucleo della creazione e della stessa opera finale è il processo stesso di realizzazione. Ciascuno dei personaggi che in precedenza hanno confessato la propria idea di film alla fine la gira, giocando e sognando, anche solo per un giorno, una sua fantasia o il suo stesso futuro, si augura. L’attenzione maggiore è riservata al film di Ryan (dentro il film su Ryan) che sì ha un lieto fine ma scopre delle nuove necessità, nella sua compagna, in lui, nei loro figli. Spinge a un cambiamento, incredibilmente inaspettato nelle loro vite e probabilmente anche nello spettatore che guarda.
Ryan è gli Stati Uniti, l’uomo contemporaneo: che cerca di tenere insieme tutto, lavoro, famiglia, i propri desideri (anche quando minano la serenità altrui), ma ancora dà a Wayde della femminuccia se non sferra un buon jab e crede fermamente che le mansioni domestiche siano appannaggio esclusivo del femminile. Premesse sbagliate, certamente. Ryan non è un eroe, potrebbe essere sbagliato ammirarlo. Eppure è un uomo coraggioso come pochi al mondo, sicuramente più di suo padre. Perfettibile, ma il desiderio, tra il serio e il faceto, di girare un film sulla sua paternità, al netto di tutti i suoi errori, è un passo fondamentale, verso il dubbio, la ricerca, il cambiamento, a costo di perdere qualcosa. Probabilmente non sarà il primo degli sbrogliati ma magari l’ultimo dei rotti irrecuperabili. Greene, a un certo punto anche entrando nell’inquadratura, indossa lo sguardo di un uomo e di un padre, proprio come lui, ed è evidente che pur nelle differenze si ritrova e ne patisce gli interrogativi. Per questo Too Much Sugar riesce a prendere in giro gli Holliger senza mancargli di rispetto, per questo li prende sul serio nei loro desideri e paure più profonde. Concludendosi con la più semplice delle catarsi: la pulizia del vialetto di casa dalle foglie secche.