Come ormai avrete intuito, Querelle è il frutto di un lavoro durato mesi, durante i quali, seppur non pubblico, il sito era già online. Questo tempo è servito a noi della redazione, tra le altre cose, ad imparare a camminare sulle nostre gambe, insieme e per la prima volta in proprio. Ad un certo punto abbiamo iniziato anche a pubblicare degli articoli, stando dietro alla programmazione settimanale dei cinema, recensendo ogni novità in uscita. Non ci siamo soffermati su tutti quei restauri o edizioni speciali di cui le sale sono ormai sature, forse perché allenarci guardando al passato non era di nostro interesse. Eppure un’eccezione l’abbiamo fatta, una sola, e si è trattato proprio di Hirokazu Kore'eda, di cui abbiamo recensito i quattro lungometraggi proposti nel corso della primavera dalla rassegna Riflessi dell’invisibile (recensioni che presto troverete online). E non solo, quando dovevamo scegliere un film da usare come test per le copertine dei nostri articoli, si è trattato di Look Back, titolo del cineasta giapponese che vedremo tra pochi giorni a Venezia 83. Insomma, Kore'eda è un regista che amo personalmente e che amiamo, caso più unico che raro, unanimemente anche all’interno di Querelle. 

Di fronte ad un film poco riuscito come Sheep in the Box non è allora facile scegliere che tipo di atteggiamento assumere, in primis con me stesso. È difficile ammettere che si tratta di un passo falso, anche perché la materia che Kore'eda tocca in questo caso assomiglia in tutto è per tutto a quella delle sue opere migliori. C’è una coppia alle prese con un bambino e si riflette su cosa significhi essere genitori e su cosa significhi essere figli. Come in Father and Son, no? Oppure in Ritratto di famiglia con tempesta. O come in Un affare di famiglia, Broker, in un certo senso in Little Sister e, in qualche modo, anche nell’ultimo L’innocenza. In Sheep in the Box i Kōmoto hanno perso tragicamente, per un incidente o forse per un crimine mai scoperto, il proprio unigenito Kakeru, quando l’azienda Rebirth gli propone di entrare in un programma sperimentale, fornendogli un robot con le fattezze del figlio morto. Da un lato ci sono allora i due, alle prese con la ritrovata genitorialità e con gli interrogativi che una situazione simile porta con sé, dall’altro c’è lo stesso Kakeru-umanoide, alla ricerca di una propria identità distante da quella di semplice surrogato.

Come detto, a bocce ferme sembrerebbe trattarsi di un soggetto perfetto per Kore'eda. Eppure di passo falso si tratta. Si sono visti film peggiori, sia chiaro. E magari se ad averlo scritto e diretto il giapponese non starei qui a parlarne negativamente, ma l’accetterei come un’opera media. Ma è lecito aspettarsi sempre qualcosa in più da un cineasta che negli ultimi anni si è imposto come uno dei più grandi del panorama contemporaneo. Per questo allora è difficile accettare un lungometraggio così elementare. Già, perché proprio in questa elementarità sta la grande differenza con i film prima citati. La filmografia di Kore'eda è infatti composta da racconti apparentemente semplici ma abitati da personaggi profondissimi e sentimenti iper complessi. Sheep in the Box invece intavola un discorso opposto, apparentemente intrigato, ma nel suo nucleo piuttosto facile da districare. Alle meravigliose sottigliezze a cui ci ha abituato – si pensi alla sequenza di Father and Son in cui il padre severo “impara” a giocare con il suo figlio-non-figlio, o al temporale di Ritratto di famiglia con tempesta –, sostituisce sovrastrutture maldestramente concepite. Si pensi alla cornice fantascientifica, che mette sul tavolo tematiche alla moda legate al rapporto tra l’uomo e le intelligenze artificiali, con uno sguardo già superato per complessità da opere ben più datate (su tutte A.I. di Spielberg, Her o Black Mirror). E che vorrebbe anche riflettere sulla legittimità degli umanoidi del caso di cercare un’identità che vada oltre l’esistenza in quanto emanazione della mente umana, senza però sfiorare anche qui la profondità di classici come 2001 o Blade Runner, proprio perché il Kakeru artificiale non sembra mai davvero in grado di provare emozioni. Anzi, che peccato, in lui non si avverte nulla che vada oltre la freddezza dell’acciaio, fino ad un finale in cui, nell’incontro con altri umanoidi, assume improvvisamente una dimensione pseudomistica francamente inconcepibile per quanto visto sullo schermo.

Per la prima volta inoltre Kore'eda, incapace di lavorare sulle piccole cose come in passato, si abbandona alla didascalia della peggiore simbologia, che qui si manifesta attraverso noiose dissertazioni sull’architettura, su quale sia il legno migliore per costruire una trave e su come far vivere insieme quest’ultimo elemento, naturale, con il vetro, artificiale. A questa metafora ad un certo punto è affidato l’intero senso del lungometraggio. E si rileva un ulteriore paradosso, perché Kore'eda, forse il più bravo di tutti negli ultimi anni a raccontare qualcosa attraverso le case (leggasi Little Sister), in questo caso non ci riesce minimamente, proponendo un ambiente domestico teoricamente centrale come mai prima d'ora, ma degno del peggior Joachim Trier (leggasi invece Sentimental Value).

Si resta poi sulla superficie dei rapporti ritratti, come se la relazione tra i due coniugi, quella tra questi ed i figli (quello scomparso e quello nuovo), o ancora tra questi e le proprie famiglie di provenienza, venissero schiacciati dalle tante cose tirate in ballo. Come nelle pietanze peggiori, gli ingredienti, piuttosto che risaltare nell’insieme, si annullano l’un l’altro, dando vita ad un piatto insapore. Sheep in the Box non trova mai il classico calore del suo regista e si assesta sulla freddezza di Kakeru. Per la prima volta nella filmografia di Kore'eda, il dramma non arriva infine ad alcuna catarsi, spingendosi poco in profondità salvo poi risolversi con un rilassamento consolatorio in un finale di toni fiabeschi in cui sta tutta l’elementarità a cui si faceva riferimento. Che l’immediatezza con cui si appresta a presentare il nuovo film (Look Back) sia sintomo di come lo stesso cineasta sia il primo ad essere consapevole del proprio, perdonabile, fallimento?