A Giovanni Tortorici bisogna dar atto di un certo acume: è bravissimo ad osservare e a restituire un tempo, con le sue mode, le sue parole, i suoi luoghi. E sicuramente il tempo che preferisce è la giovinezza: ha dedicato alla prima età adulta il suo esordio, Diciannove, del 2024. Ora tocca all’adolescenza, protagonista del secondo Ketticè, presentato in concorso a Locarno 79.

Meno tre sedici: siamo a Palermo nel 2012, periodo in cui Berlusconi puliva la sedia dove poco prima era seduto Travaglio nel programma Annozero condotto da Santoro e lo stesso Tortorici frequentava il liceo. Giulio Uberti (Salvatore Gallina) è un pessimo studente in una scuola privata, in cui le classi sono composte da massimo dieci alunni, e di scuola calcio, c’ha la ragazza, gli amici, la minicar, si fuma le canne e beve pure assai, ha un pessimo rapporto con i genitori che non sanno niente di lui. Normale amministrazione per un ragazzo della sua età e del suo ceto, indubbiamente più che benestante. Rimpinzato di soldi e di beni, li utilizza nei quartieri più periferici della città, dove impara un dialetto strettissimo che nella sua famiglia si sognerebbero di parlare e comprendere. Ma le certezze crollano perché di punto in bianco Elena lo lascia. Giulio è triste, per quanto il suo status di ragazzo carino lo circondi di amici che lo rispettano e ragazze che gli vanno dietro. Sinché dai vicoli del centro storico abbandonato e malfamato non sbuca Ketty (Rachele Testagrossa), una “scafazzata” diremmo dalle mie parti (le stesse di Tortorici e di Giulio) che fa a botte con altre ragazze, fuma, beve, non ha paura e non gliene frega di niente e di nessuno.

Ketticè è una sequenza di accadimenti, neanche episodi, non per forza fondamentali, pochissimi i momenti chiave che si attendono per smuovere la situazione iniziale. Casa, scuola, Villa Sperlinga, una strada di Bonagia, la piazza del Borgo Vecchio, sullo sfondo Monte Pellegrino e la luce inconfondibile della città, tra il Far West e il Nord Africa, come giustamente si ascolta all’inizio del film: una ripresa dall’alto di Palermo su una musica arabeggiante. Quante canne accese, quanti «vita», quanti litigi scurrili, esagerati, urlati e snervanti come solo Giovanni Tortorici sa mettere in scena (vedi Diciannove: mi chiedo se la mia cadenza e il mio dialetto non siano il suono per antonomasia della lamentazione fine a se stessa). Giulio, Ketty e tutti gli altri vogliono solo essere lasciati in pace dalla scuola, dalla famiglia, dagli sbirri. Ma per impiegare tempo per cosa?

Per andare a Bonagia a comprare l’erba, a picchiare quella che ti ha dato della pulla (puttana) alle tue spalle, per pubblicare sul profilo Facebook della tua amica un post con su scritto «Sei la mia vita, ti amo» o fotografie che testimoniano di chi sei amico, per ubriacarsi in discoteca. Ecco, una profondità c’è tra questi ragazzi, protagonisti di Ketticè, nei fievolissimi accenni (vi giuro, pochissimi) a come stanno, al di fuori di quello che il loro status quo gli permette di ritenere importante (vedi l’elenco a inizio paragrafo). C’è nella strana attrazione che Giulio prova per Ketty, tra innamoramento e desiderio di essere come lei, una tosta sostanzialmente. Eppure.

I ragazzi di Ketticè non dovrebbero occupare il proprio tempo per forza a leggere come intima mamma Monica Bellucci, Pardo per la miglior interpretazione – bah – («Hai a disposizione una libreria intera, non ti ho mai visto con un libro in mano!»), che magari sarà pure colta, ma infelice nei suoi doveri sociali imposti di madre e moglie, prigioniera tanto quanto il padre e tutto il resto degli adulti spocchiosi e violenti. Basterebbe semplicemente che già a sedici anni non morissero di noia, perché è questo che traspare nei pomeriggi infiniti che si susseguono sullo schermo.

Pur nella giovinezza anagrafica e narrata, Tortorici non ha nulla da invidiare agli scrittori veristi di fine Ottocento, a partire dal precisissimo casting. Finalmente anche Palermo e un certo tipo di popolazione, con tutto il suo immaginario di riferimento, ha la sua rappresentazione autoreferenziale, proprio ora che di provincia e di anni Dieci il pubblico appare affamato. Che cosa rimane di questo ritratto generazionale strabiliante perché fedelissimo che cerca di essere un racconto corale ma confuso e privo di istanze?

Sorge un dubbio: che tutto sia permeato dalla vacuità. E se almeno i giovani hanno ancora un’attenuante perché in crescita, cosa gli impedirà di raggiungere lo stesso basso livello dei genitori? E davvero le figlie e i figli hanno sempre un modello di vita e una fede migliori da opporre a quelli di mamma e papà?