Sergei Loznitsa prosegue la sua opera di costruzione d’analisi del materiale d’archivio; e l’ultima volta che ha svolto un lavoro sulla linea di Imperium è stata nel 2022 proprio a Venezia, con The Kiev Trial. Se in quel caso il regista cercava di mettere ordine tra i numerosissimi materiali del processo che, in Unione Sovietica, condannò i nazisti e i collaborazionisti nel 1949, stavolta prova a restituire allo spettatore un’idea sull’estensione geografica e culturale dell’impero moderno per eccellenza. È ancora l'URSS, infatti, il centro di interesse della pellicola, che ora viene raccontata attraverso l’archivio conservato all’AAMOD: tra il 1970 e 1973 un gruppo di cineasti italiani attraversò oltre venti regioni dell’Unione Sovietica per documentare la vastità culturale e sociale di uno stato esageratamente stratificato e sfaccettato.
Si parte da Mosca, da Piazza Rossa, dove si svolge una gigantesca parata di propaganda, qui svettano i nomi e i ritratti di Marx e Lenin, e sfilano dei carri che riportano i risultati ottenuti dallo Stato; tutto è in anticipo sui risultati industriali prefissati. Un’utopia. Mosca è il centro nevralgico di una rete che man mano veniamo scoprendo, dove la cittadinanza, almeno teoricamente, vive con la sussistenza sufficiente a essere felice quanto basta. Pochi colori, niente esagerazioni, praticamente nessun eccesso.
Ma ecco che Imperium svolge il passo teorico più interessante quando le immagini ci trasportano lontani dai punti più “caldi”, e quindi esploriamo la vita nei margini del Paese, dove sembra di stare a un passo dalla fine di tutto. Partire da Mosca per poi allontanarsene progressivamente nel corso della visione sembra funzionale per seguire le onde diffuse dell’influenza che il Partito Comunista vuole – vorrebbe – avere su tutto il territorio che occupa. E come delle onde sullo specchio d’acqua di uno stagno, più ci si allontana dal centro, minore diventa l’increspatura sulla superficie.
Kirghizista, Turkmenistan, Uzbekistan, Georgia, Ucraina (Kiev), Lettonia. L’influenza dell'URSS su questi pesi satellite appare pressoché inesistente e le culture, i costumi, l’arte delle popolazioni autoctone sono ogni volta indipendenti da quella mostrata precedentemente. Imperium allora vuole dimostrare come l’autonomia di ogni Stato è fondamentale; perché alla base persiste una forte unicità, difficile da ignorare, o peggio ancora uniformare.
Impossibile non pensare a come, una volta giunti a Kiev, Loznitsa intrecci la sua storia autoriale e umana con il movimento della Storia passata, fino a dimostrare ancora una specifica affezione a questa area del mondo, che racconta da tutta la carriera. Va sottolineato, inoltre, come l’idillio che il montaggio fa emergere risulti eccessivo, nei termini di una esagerata idealizzazione. Nei prodotti di questo tipo, il montaggio è tutto, come lo è la questione della scelta – oltre a quella delle immagini ci si riferisce alla disposizione sulla linea cronologica della visione. In questo forse risiede l’unica vera criticità. Imperium sembra peccare di poca trasparenza riguardo il lato oscuro della società sovietica presa in esame. Non vi sono frangenti che mostrano il lavoro eccessivo e straziante delle fabbriche, per dirne una, se non tramite accenni sporadici ed evidentemente propagandati: due operai di una cava fumano e si raccontano una barzelletta. Ridono. Tutto va bene, in quel grigiore diffuso e abbacinante.