La nostra prima Venezia, ironia della sorte, inizia proprio con il racconto della (ri)fondazione di un giornale. Le analogie tra la storia di Querelle e quella del The Sun, raccontata da Danny Boyle in Ink, film di apertura dell’83ª Mostra del cinema (in concorso), non possono che limitarsi a questo. Siamo nell’ottobre del 1969, quando Fleet Street a Londra è il centro dell’informazione inglese. Il magnate Rupert Murdoch acquisisce dalla proprietà del Daily Mirror – allora quotidiano più venduto al mondo – il periodico fondato nel 1964 quando sembra in caduta libera: non lo legge nessuno ed è considerato lo zimbello dell’editoria. Decide di affidarne la direzione a Larry Lamb, frustrato redattore in uscita proprio dal Mirror. Il pecoraro australiano (così viene considerato dagli inglesi) Murdoch e il suo agnellino Lamb rivoluzionano per sempre il mondo dell’informazione, mettendo da parte qualsiasi scrupolo etico e diventando i pionieri della stampa scandalistica.
Quello che Danny Boyle imbastisce è inizialmente il racconto di una rivalsa, l’ascesa di un gruppo di underdogs a discapito di quell’ambiente che li aveva sottovalutati se non respinti. E lo fa trascinando lo spettatore, tra sequenze vorticose e dialoghi serratissimi all’interno della redazione, nel senso più concreto del termine. Sembra di starci dentro, di poter toccare la carta stampata e di poter annusare l’inchiostro; mostra tanto le riunioni editoriali quanto il lavoro tipografico, l’enorme mole di gente coinvolta in una sorta di missione collettiva, entusiasmante come un gioco, ma mossa da un apparato gigantesco. In una bellissima sequenza all’inizio di Ink, Lamb e Murdoch, mentre si trovano su Fleet Street, poggiano i palmi delle loro mani per terra, percependo l’asfalto vibrare per il movimento delle gigantesche rotative sottostanti. Quello che fanno sembra il lavoro più bello del mondo. Sono passati quasi 60 anni da allora, eppure sembra di assistere ad un’epoca lontana quanto il Rinascimento, se comparata all’astrattezza e all’insignificanza dell’informazione nella contemporaneità. Tutto è cambiato.
E Boyle è spietato nel rintracciare proprio in quell’anno di rinascita del Sun l’origine di questo cambiamento e di tutte le storture dell’oggi, del 2026. Trump e l’assalto al campidoglio, la Brexit, le guerre dei nostri giorni e la postverità tutta sono l’eredità del Sun e della scadenza dell’informazione. Prima del 1969 il giornalismo era una cosa seria, come si ripete spesso nel film, una finestra che apriva ai lettori la conoscenza della realtà in cui vivevano. Questa finestra si trasforma in quell’anno e, in questo Boyle è chiarissimo, per colpa di Lamb e Murdoch in uno specchio che riflette le bassezze e i vizi del lettore medio. Non si impegna più per elevarlo, ma lo lascia lì, stagnante, abbandonandolo alla mediocrità. Non più allora notizie sull’economia, sulla politica estera, approfondimenti di costume o cronaca sportiva. Si dà spazio ai veri interessi dei cittadini: meteo, tv, donne, oroscopo, gossip, sesso e omaggi (regali da allegare al quotidiano). Win, Free, Love sono le parole che non possono più essere lasciate al di fuori di qualsiasi prima pagina.
Se inizialmente l’attenzione è posta sulla coppia Murdoch - Lamb (interpretati splendidamente da Guy Pearce e Jack O’Connell) e poi sulla redazione nel suo insieme, piano piano il racconto si chiude proprio sul direttore del giornale. Trascinato dal suo editore in una corsa alle vendite, abbandona ben presto qualsiasi dilemma morale sul proprio lavoro. È disposto a tutto pur di scalare la piramide, di superare quel Mirror che lo ha cacciato senza troppe remore, al punto da diventare più cinico dello stesso magnate, fino al ruolo che il The Sun ricoprirà nell’agghiacciante vicenda del rapimento-omicidio di Muriel McKay, moglie del braccio destro di Murdoch. Eppure a quest’ultimo, che apparentemente sembra voler porre dei limiti alla sua stessa creatura o quantomeno sembra essersi lasciato sfuggire di mano il controllo su di essa, non è certo riservata alcun tipo di indulgenza. Pur scontrandosi spesso con Lamb, è disposto a passare sopra a qualsiasi sua follia sensazionalistica pur di ottenere quel dollaro in più. Il Sun vende più di qualsiasi altro giornale e questo sembra sufficiente. Quando negli anni ‘80 Murdoch liquida il suo direttore, lo fa senza alcun ripensamento o affezione, con l’unico obiettivo di seguire una strada ancor più schifosamente orientata al mero guadagno. E, ricorda Boyle, l’oggi novantacinquenne Murdoch è sopravvissuto a tutto, persino allo stesso Lamb, morto già da oltre cinque lustri; continua ancora a raccogliere i dorati frutti di quanto seminato.
Venezia si apre allora con un ottimo film, che dimostra come Danny Boyle sia uno dei registi più poliedrici del panorama attuale, capace com’è di passare da un genere all’altro, se si pensa che solo la scorsa estate arrivava in sala il suo 28 anni dopo. Non manca il solito piglio ironico del cineasta (sul finale c’è ad esempio un esilarante “cameo” di Margaret Thatcher), accompagnato però da uno sguardo acido e cattivo come non lo aveva dai tempi di Trainspotting e del suo, troppo sottovalutato, sequel. Si pensi al lungometraggio apparentemente più simile a questo della sua filmografia, Steve Jobs. Erano forse anni di rinnovato entusiasmo e c’era una certa clemenza nei confronti del CEO della Apple, le cui defezioni sul piano personale erano considerate quasi un necessario contraltare del genio. Oggi invece sono anni di disperazione e Larry Lamb è un mostro e basta. Anche lui non è proprio il miglior marito o padre possibile, ma ciò non sembra interessare davvero al regista inglese. Larry Lamb ha fatto del male al mondo che sarebbe venuto dopo di lui nel senso più ampio possibile, agendo direttamente sui suoi lettori e indirettamente sulla società tutta che si è sempre più abituata alla sciatteria e ad apprezzarla.
Dopo la visione di Ink, l’impressione è che l’unica soluzione sia quella di chiudere i battenti e arrendersi a questa sciatteria, oggi dominante e apparentemente incontrastabile. Eppure allo stesso tempo dal film di Boyle scaturisce l’idea che ci sia uno spazio in cui possano ancora avere un senso queste nostre parole e questi nostri articoli, con la volontà di remare allora in direzione contraria, di scegliere una strada in salita più complessa piuttosto che la velocità di una via in discesa.