Il setting dell’intero The Dog Stars ci viene svelato attraverso quella che ha tutta l’aria di essere una lunga sessione di gaming a un survival horror: Hig (Jacob Elordi) e il suo fedele cane Jasper partono per un giro di ricognizione dall'aeroporto abbandonato (dove vivono con Bangley, un altro superstite) fino a Denver per quello che in gergo verrebbe da chiamare looting – cioè l’approvvigionamento di beni di prima necessità. E già con questo primo dato, il film di Ridley Scott lancia dei segnali importanti sulle tematiche che verranno trattate lungo la visione. The Dog Stars vuole infatti mettere a fuoco quelle derive ideologiche e comunitarie (sarebbe sbagliato, o esagerato dire sociali) statunitensi; di uno Stato che ha perso la bussola e appare sempre più restio a fare affidamento sull’altro

Lungo tutta la visione di The Dog Stars la mente viaggia in direzione di una rappresentazione post-trumpiana del mondo immaginata da Scott; non molto diversamente da come nel 2024 questa era stata magnificamente esplicata da Garland con Civil War. E per capire meglio perché, basti pensare agli assunti strutturali che vengono tirati in ballo negli ambienti che Hig attraversa. Il capitalismo è sopravvissuto alla civiltà (con conseguente lettura fisheriana dell’opera), Hig è un operaio di basso rango che altro non sognava se non una vita tranquilla con la sua compagna e un figlio che sarebbe dovuto arrivare (per intenderci quell'elettorato della Rust Belt, ma cittadino californiano, forse elettore indeciso). Invece Bangley (Josh Brolin) è un repubblicano tutto Dio e Patria, che anche se non esiste più nessuna Patria cui appellarsi rimane inamovibile sul diritto alla difesa e al possesso d’armi. Sì, non è solo il capitalismo ad essere sopravvissuto alla fine del mondo, ma anche il Secondo Emendamento.

Ecco, siamo già arrivati al cuore pulsante di The Dog Stars, laddove si vorrebbe leggerlo come film lucidissimo sulla costituzione di micro-stati simil feudali. Oppure come racconto dello sbaraglio dei valori costituenti societari: Hig sceglie di lasciare il microcosmo sicuro costruito in tanti anni di dura fatica con il burbero Bangley per seguire un segnale radio debolissimo lanciato da lontano. Ed è questa voglia di scoprire nuove civiltà (come il più duro dei conquistadores) che lo spinge ad avventurarsi, anche a rischio di non fare mai più ritorno. Ma queste non sono le uniche due comunità, perché Hig saltuariamente fa visita anche a un villaggio di contadini ultra religiosi (a dirla tutta, c’è da credere che vivessero una vita rurale anche prima della pandemia). E infine, lo scontro più duro avviene quando Hig incontra la voce che seguiva alla radio, quella della hostess a capo dei sopravvissuti più conservatori – benestanti e, nemmeno a dirlo, bigotti – che vivono rintanati nel centro commerciale dell’aeroporto. 

Tutto The Dog Stars è quindi una riflessione sull’ideologia che lega le comunità, e poi gli individui che ne fanno parte. In questo senso, il genere distopico o i generi cinematografici (c’è un omaggio al western tanto esplicito quanto congeniale, perché viene citato Ombre rosse, sembra, soprattutto per il modo con cui il genere ha agito sulla società) sono un escamotage marginale. Non c’è davvero la voglia di tornare a parlare a un pubblico-spettatore desideroso di risposte. È come se la lettura tutta contemporanea veicolata attraverso The Dog Stars prema verso un ritrovamento delle radici – meticce e religiose, è giusto ricordarlo – delle comunità statunitensi. Ed il finale è emblematico in questo senso. Perché proprio Bangley, burbero e anaffettivo, che sembra preferire la solitudine alla compagnia dei propri simili, cede all’ultimo e sul finale si lascia coinvolgere nella grande festa che lega tutti i personaggi. Come credere che questo non sia un messaggio pregno di una morale tutta ideologica?