Consacrato una volta per tutti con Burning nel 2018, con Possible Love Lee Chang-dong si conferma uno degli autori più interessanti e capaci di questa generazione di cineasti. Perché, tra le altre cose, riesce a prescindere in modo vertiginoso dalla provenienza geografica e dai limiti linguistici, in questo suo voler entrare nelle vite degli altri con rigore viscerale. Non conosce confini, la sua poetica. E non sembra scadere nel didascalismo nemmeno stavolta, tornando dopo otto anni con un film straordinario, uno di quelli capaci di sopravvivere alla prova usurante del tempo.
Possible Love è la storia di due coppie sposate, non-così-apparentemente agli antipodi nei termini dell’appartenenza di classe: Mi-ok e Ho-seok sono due operai, lei in una piccola ditta di mascherine chirurgiche, mentre lui è un saldatore in una fabbrica; Sang-woo e Ye-ji invece sono apertamente borghesi, la prima è una documentarista che sta girando un film sugli operai, e il secondo un commerciante d’arte belloccio e ricco di famiglia. Ho-seok, prima dell’attuale lavoro, era impiegato presso una fabbrica diversa, e dopo l’annuncio della chiusura e del licenziamento di una parte consistente del personale si unisce all’occupazione che si tiene fuori dai cancelli, attorniato da tutti i colleghi, uniti dalla lotta per una giusta causa.
Quando Sang-woo conosce la prima coppia, vede in loro la possibilità di aprire uno squarcio su quel mondo a cui lei non appartiene affatto – i suoi oggetti sono costosi, i suoi vestiti vistosi, la differenza tra questi due mondi è lampante; la citazione biblica in esergo del film recita «Non desiderare la roba d’altri» (secondo capitolo dopo quello di Asghar Farhadi del nuovo Decalogo, che motiva anche la dedica finale a Kieślowski) –, e anche se è Mi-ok ad affezionarsi maggiormente alla documentarista, a suscitare un interesse concreto in Sang-woo è in realtà Ho-seok, uomo schivo e diffidente nello spiattellare la storia del suo licenziamento e il conseguente arresto durante l’occupazione. Come non bastasse, durante l’occupazione è stato anche picchiato dalla polizia e condannato agli arresti domiciliari.
Già questa trama rientra a pieno tra i canoni del regista sudcoreano. Vi è un intreccio guidato a fasi alterne dai sentimenti più umani (alti e bassi); l’invidia, la solitudine, la rivalsa, la repressione, l’eros. Ma stavolta viene ad aggiungersi anche un ulteriore livello di stratificazione, quello inerente alla direzione presa dallo sguardo quando questo si volge verso il passato. Il passato è infatti qualcosa capace di ammantare di fascino pulviscolare una determinata storia – l’infanzia di Sang-woo, o la sua giovinezza, ancora una volta legata al mondo del lavoro industriale, o la proposta di matrimonio che riceve da Ho-seok –, di guidare chi ascolta i racconti lungo un filo deittico per tenerlo saldo. In Possible Love è incessante lo scarto continuo che viene a crearsi tra la rappresentazione (intesa come raccolta di informazioni in formato audiovideo, indipendentemente dal formato) e una certa verità delle cose; questa inafferrabile per davvero.
C’è una sequenza, durante una cena, nella quale Sang-woo racconta di come da bambina guardava un illusionista in tv che riusciva a far sparire un elefante davanti gli occhi increduli degli spettatori; presto però ha scoperto che era solo un’illusione ottica. Allargando il contesto di questa battuta, in realtà i quattro parlavano dei lavoratori in Qatar, e di come questi fossero costretti a sparire dagli sguardi dei turisti, o dei più abbienti. Verrebbe quindi da pensare proprio all’invisibilità come radice comune di tutto il cinema di Lee Chang-dong, per il modo con cui questa sia una metafora crudele e perfetta dell'illusione, o meglio ancora della volontà di credere alle cose; del nostro abbandono verso queste ultime e del vuoto che precede il dolore causato dall’impatto con i sentimenti.
Perché la maniera con cui il regista scrive e dirige gli attori nei suoi film consente allo spettatore di provare una magnifica sensazione di libertà. Accade in bene o male in tutta la sua filmografia, nelle vite disperate dei suoi protagonisti, e basterebbe pensare a Poetry (2010) e al miracoloso potere trasformativo della parola che plasma (prima ancora di arrivare a descriverla) tutta la realtà. O in Burning, nella sequenza in cui viene sbucciata un’arancia invisibile, uno dei punti di teoria cinematografica più alti dell’ultimo decennio; o ancora, al bivio esistenziale dello stesso film del 2018 che riguarda il gatto invisibile di Hae-mi.
Quel gatto esiste?
Dicevamo, metodo e scrittura. Basterebbe solo questo ad elevare Possible Love a prodotto cinematografico dell’anno; o quanto meno di questa Venezia 83 – già in molti si auspicano un Leone d’Oro – per il modo con cui inaugura varie linee concettuali che con una precisione disarmante poi vengono a risolversi tutte, senza l’accenno di un’imprecisione. Lo spessore artistico che contraddistingue questa fase della carriera del regista sudcoreano è indicativo di quanto sia ancora in perfetta forma, di quanto sia in grado di raccogliere le istanze del presente e spogliarle di tutta l’inutilità artificiale (in Possible Love si parla anche di IA in una maniera concreta come mai prima d’ora) per poi tornare, alla fine di tutto, al nucleo più umano di tutti. L’imprevedibilità.