«Cosa possiamo fare?».
«Possiamo solo continuare a filmare».
Recita così uno dei dialoghi cardine tra Yuval Abraham e Basel Adra in No Other Land, filmato tra la polvere e il sangue della comunità di Masafer Yatta, in Cisgiordania, e premiato con l'Oscar al miglior documentario nel 2025.
A soli due anni di distanza, la promessa è stata mantenuta. NAZA, lungometraggio del giornalista Yuval Abraham e di Rachel Szor, presentato in Concorso a Venezia 83, offre l'ideale controcampo del suo progetto "gemello". Controcampo geografico, perché ambientato a Tel Aviv, e insieme concettuale, perché girato sulle terrazze della città, sguardo dall'alto di chi progetta la distruzione sistematica della popolazione di Gaza, nel silenzio glaciale che si oppone al rumore delle bombe che radono al suolo la Striscia.
I volti nell'ombra e le voci distorte di membri dell'intelligence ed esercito israeliani scandiscono così le immagini di un film diviso in capitoli. Ordinato, chirurgico, specchio dell'organizzazione “senza sbavature” delle operazioni condotte dallo Stato genocida soprattutto negli ultimi 3 anni. A partire, naturalmente, dalla fatidica data del 7 ottobre 2023.
Lavender, primo dei tre atti, si occupa di fare luce sul sistema di intelligenza artificiale (denominato Lavender appunto), messo a punto dall'esercito israeliano (IDF) per identificare e selezionare gli obiettivi da colpire. Un software, raccontano gli intervistati, in grado di analizzare grandi quantità di dati relative ai telefoni degli abitanti di Gaza, assegnare loro un punteggio e così determinare le probabilità di un loro coinvolgimento nel gruppo terroristico di Hamas. La percentuale di errore accettata, viene specificato, corrisponde al 15% circa. Indice della piena consapevolezza israeliana (o sarebbe meglio dire della volontà) relativa ai danni collaterali legati a ogni raid e missione (i cosiddetti NAZA, le vittime civili uccise, senza alcuna distinzione tra uomini adulti, donne e bambini).
Where's Daddy? compare poi a schermo come introduzione al secondo capitolo. Ma la dolcezza dell'espressione nasconde solo ulteriore violenza, nonché il nome di un altro software incaricato di monitorare i sospettati individuati da Lavender. Uno strumento che sfrutta il controllo e la conoscenza delle infrastrutture telefoniche di Gaza. Che traccia i telefoni di familiari, magari figli e figlie degli obiettivi. Sensibile a parole come "torna" e "casa", che segnalano la presenza del sospettato in un dato edificio. Per colpirli di notte, nelle loro case, per ascoltarne le voci fino alla fine, fino al bombardamento, così da renderlo "più professionale".
Si colpisce da lontano, giocando con i colori e i dati degli interfaccia come all'interno di un videogame. Ci si diverte, galvanizzati dell'adrenalina della missione, così come si divertono i cecchini nella Striscia, incaricati di sparare a vista su coloro che abbandonano la fila, mentre corrono verso i rifornimenti di cibo per paura che possano esaurirsi.
La freddezza dei resoconti si riflette poi nei disegni a mano che le fonti dei due registi compongono di fronte ad Abraham, per mostrare aspetto e funzionamento dei principali strumenti di morte a disposizione dell'intelligence, mentre le immagini d’archivio, punteggiatura dell’intero film, rievocano la nascita e l’evoluzione di Tel Aviv o momenti fondamentali del progressivo evolversi dell’occupazione israeliana – tra cui la presa in gestione delle infrastrutture di telecomunicazione a Gaza del ‘67.
Compare anche Benjamin Netanyahu, protagonista di passaggi televisivi e vecchie interviste, e al quale, almeno nominalmente, si rifà anche il terzo e ultimo atto "Bibi's department", al quale Abraham e Szor affidano una disamina su quello specifico dipartimento che si occupa di intelligence politica: incaricato di screditare e infangare non solo i terroristi ma anche i diplomatici. Manifesto di uno spionaggio di Stato volto a delegittimare “i suoi nemici”, e insieme qualsiasi pretesa di pace.
Colpisce allo stomaco NAZA, agisce in profondità, forte della sua calma irreale, delle sue pause, dei suoi interrogativi. Diversissimo, in questo senso, anche dalla presa di posizione festivaliera dello scorso anno firmata Kaouther Ben Hania (quest’anno parte della giuria della competizione) – nonché da tante altre opere che, negli anni, hanno affrontato la questione da punti di vista diversi e complementari (Farah nel 2021 o Il giardino dei limoni nel 2008).
Fioccheranno, con ogni probabilità, le definizioni di film “necessario" – a proposito di formulari ricorrenti. Ma NAZA non lo è. Ha smesso di esserlo da tempo, quantomeno dalla distribuzione di No Other Land o dalla diffusione delle accuse riportate nella recente inchiesta del quotidiano Haaretz. O ancora dei troppi video del ministro Ben-Gvir circolati sui social, e dalle foto, i reportage, le testimonianze di chi continua a raccontare gli orrori di una Storia lunga 80 anni – tra cui le dichiarazioni riportate nel film stesso, già pubblicate, nei mesi successivi agli attentati del 7 ottobre, dal Guardian (uno dei produttori di NAZA ), in collaborazione con i partner giornalistici +972 Magazine e Local Call.
È però un film straordinario NAZA. Questo sì. Lo è proprio nella misura in cui decide di fare luce su un fuoricampo che fuoricampo non è. O lo è solo perché relegato in un angolo dalle inquadrature della nostra vita e coscienza.
Sappiamo tutto. Questo è il crimine più grande.
Del resto, raccontano i registi, i principali edifici dell'intelligence israeliana si trovano nel cuore della capitale. E programmare una strage è un’attività come le altre, da collocare tra una pausa pranzo e un’uscita con gli amici. Perché uccidere non è solo una missione, ma è una parte della quotidianità.
Il silenzio della notte di Tel Aviv è allora il nostro silenzio. Rotto solo saltuariamente dal rumore che, nella verticalità di uno smartphone, ci ruba al formato del cinema restituendoci alle macerie, al sangue, alle urla.