Ci sono state due visioni nella scorsa giornata di festival che credo contengano una forte attinenza tematica. The Pervert’s Guide to Utopias e Musk difatti sono due documentari – anche se il primo è teoria pura, una sorta di saggio trasposto in immagini; se siete interessati ne ho scritto qui – utili a capire un po’ meglio tutto lo spericolato mondo contemporaneo. Ma se il documentario di Sophie Fiennes si regge interamente su un piano critico-teorico, grazie all’apporto del più punk dei filosofi contemporanei che presta il corpo e la sua inconfondibile voce, Alex Gibney sceglie invece la strada dell’inchiesta più ficcante, classica in qualche modo, portandoci nella vita di Elon Musk con una minuzia di altissimo spessore.
Musk è un ritratto ultra-dettagliato dell’omonimo multimiliardario – attualmente la persona più ricca di sempre – e proprio in questa figura (ahinoi) apicale si cerca di intercettare la causa di un profondo cambiamento di portata globale. E prova a farlo, questo va detto chiaramente, prendendo una posizione netta, e cioè puntando il dito verso un solo colpevole, ovverosia lo stesso Musk, che secondo la tesi di Gibney, di tutto l’entourage che ha collaborato al documentario, degli atti dei tribunali (ecc. ecc.) è sempre stato pienamente cosciente nel prendere decisioni fraudolente. Ecco che quindi da una parte la visione si prodiga nel dimostrarne la colpevolezza; mentre dall’altra viene a costruirsi un film denso di informazioni sotto il nome del data journalism; e con una messa in moto delle immagini che vengono prese, modificate, riviste e riscritte, se non direttamente create da zero.
Il Musk intervistato nel film, tanto per iniziare, è fatto in IA ed è stato plasmato raccogliendo ogni sua dichiarazione pubblica disponibile online. È un Musk che alla fine di tutto sembra collidere quasi alla perfezione con lo stesso soggetto che Gibney stava cercando, non essendoci riuscito a causa della negata possibilità di un incontro dal vero. Ma non è l’unico appiglio digitalogico. Perché anche l’estetica del racconto videoludico viene spesso adoperata, per raccontare un punto di vista, quello del protagonista-ingegnere-imprenditore-playboy che è davvero convinto di vivere dentro una simulazione, ed entro la quale ogni obiettivo è davvero possibile: basta solo volerlo.
Il trucco è tutto qui; se Elon Musk è arrivato ad esercitare un’influenza enorme sui governi e sui suoi adepti (a confronto Scientology è roba da principianti) tutto si spiega con una capacità soprannaturale di convincere l’Altro che le sue idee sono le uniche che devono essere prese in considerazione. Questo o l’estinzione di massa. Ma è davvero così, come la racconta Musk? Molto probabilmente no, dato che la metodologia applicata da Gibney dimostra con esattezza tombale come siano state messe in atto una lunga serie di manipolazioni e vere e proprie truffe durante l’ascesa al potere. Sin dalla fondazione di Zip2 (la prima startup di Musk), passando per X (non l’ex Twitter ma la seconda attività del nostro) fino a Starlink dei giorni nostri e il Trump 2.0; ogni passaggio è stato svolto in nome dell’accelerazionismo più selvaggiamente capitalista.
L’analisi più intrigante del macro-mostro Musk sembra essere proprio questa: descrivere il passaggio eseguito che vede la più sfacciata privatizzazione della già fragile infrastruttura pubblica; e di come questa mutazione abbia prodotto danni, anche in termini di vite umane, incalcolabili. Anche quando si va a parare in quei luoghi dall’altra parte del mondo. Uno su tutti, la rimozione del programma USAid, che ha già causato una ridefinizione profonda del modo con cui gli Stati Uniti sono stati percepiti a partire almeno dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Alleati o isolazionisti? Forse, ad oggi, più la seconda.
Il documentario di Gibney (premio Oscar al miglior documentario nel 2008) si iscrive poi in quella tradizione di autori statunitensi che attraverso delle grandi opere – sia in termini di durata, che di ambizione contenutistica – provano a scalfire l’inestricabile macchina artificiale che è il Paese, con tutte le sue contraddizioni e latenze. Michael Moore, Laura Poitras e Frederick Wiseman su tutti, sono forse i nomi di punta di questa scuola d’azione, che prevede l’indagine più sconsiderata entro le maglie del potere, per infine provare a restituire una storia e istruire lo spettatore riguardo la decadenza di una realtà circostanziale spaventosamente alla deriva.