Chi ha deciso che la letteratura debba essere consolatoria? O uno mezzo per fare il bene assoluto? Da quando abbiamo smesso di cercare nei testi, nei romanzi, nei versi quella spinta conoscitiva utile a scoprire meglio noi stessi, le nostre zone d’ombra; utile a visualizzare quanto restava sommerso e inaccessibile? A vederlo con occhi nuovi. A dare una forma a quello che pensavamo di sapere. Personalmente ritengo che la scrittura debba essere l’attrezzo della scomodità: se un autore mi ripete più volte quello che già do per assodato, mi assale il dubbio che sul fondo del suo impegno non risiede alcuna invenzione letteraria; se un autore fa filare tutto liscio e dalle sue parole non emerge neanche una contraddizione, arrivo a ritenere che la sua opera è da scartare. Tutto ciò sembra saperlo anche Tiziano Scarpa, promotore di questa prospettiva “conoscitiva” sin dal suo romanzo d’esordio Occhi sulla graticola (1996). E una volta introdotto il protagonista, Alfredo, il romanzo – come il più classico dei libelli d’amore – dalle primissime pagine racconta l’incontro con Maria Grazia Graticola durante un piovoso pomeriggio d’aprile – nome d’arte di Carolina Groppo, studentessa dell’Accademia di Belle Arti a Venezia; lavora presso una rivista, Kiss Manga, che traduce e importa hentai, qui è l’addetta alla realizzazione dei genitali. In tutto ciò Alfredo è impegnato, e a dirla tutta impelagato, sulla stesura della tesi di laurea, che verte su un preciso aspetto delle opere di Dostoevskij, ossia le figuracce: «Non c’è racconto, novella o romanzo del più grande scrittore di tutti i tempi in cui, prima o poi, un personaggio non faccia una figuraccia di fronte a qualcuno, e quasi sempre questa figuraccia ad altissima temperatura emotiva arroventa il personaggio conducendolo a temperatura di fusione e insomma coincide con la scena più intensa, cruciale, risolutiva di tutta la vicenda, tanto da indurmi a pensare che l’intero universo narrativo di Dostoevskij, la sua visione del mondo e la sua teoria sulla struttura delle relazioni umane siano interamente fondate sulle brutte figure, e che alla fin fine tutta la sua opera non sia nient’altro che un’ininterrotta meditazione sulle brutte figure». 

E da questa premessa il focus si sposta tutto sull’incontro con Carolina su un battello «preso al volo». 

In questo passaggio sono racchiusi bene o male tutti i temi e le variazioni che percorrono Occhi sulla graticola: c’è il corpo nella sua bassezza più viscerale, e c’è la città, Venezia, che agisce e si presenta sotto forma di presenza invariabile e impassibile, poi c’è la crisi identitaria giovanile – perché Carolina tiene il volto nascosto ad Alfredo dentro il cappuccio della felpa fino a quando non acconsente a togliere i vestiti per fare la doccia; e mi sembra emblematico per un certo modo di narrare l’io-moderno. Insomma, la storia d’amore che apparentemente deve sbocciare è compromessa già dalla partenza dagli stimoli più bassi; e quando Alfredo sceglie di scrivere il memoir al sé stesso del futuro, lo fa mettendo dentro ogni capitolo e paragrafo un tritolo linguistico. C’è la reale deflagrazione di ogni coerenza nella formattazione, della coerenza tematica spazio-temporale (nel senso che leggendo si incappa in una digressione sulla letteratura erotica di Guillaume Apollinaire del 1910, o in un estratto dalle Rime amorose del 1638 di Torquato Accetto, o in un dialogo tra due personaggi ma scritto in forma di dialogo teatrale...), ed è questo a conferire il carattere di mistura al testo, ad iscriverlo nella tradizione tutta contemporanea del pulp italiano.  

L’esempio più prossimo, volendo paragonare Occhi sulla graticola ad un’opera coeva, è Woobinda di Aldo Nove – anche questo del 1996, iniziatore di quella scuola di scrittori dei novanta definiti Cannibali – per il modo in cui la letteratura diventa in grado di mangiare qualsiasi altra forma di espressione scritta; oltre che per il modo con cui il sentimento amoroso si fa distante dalla lucidità e dalla liscia scorrevolezza che, in fondo in fondo, ha il sentore dell’inconsistenza. Perché sia Nove che Scarpa offrono una rappresentazione dell’io e dell’amore come qualcosa di radicalmente scisso dalla realtà circostanziale, soprattutto dal momento in cui ad insediarsi nella normale prosecutio della vita, delle relazioni e dell’autorappresentazione avviene la macchina consumistica. Basti pensare alle opere che realizza Carolina nel romanzo di Scarpa: sculture fatte tutte di gomme americane. «Carolina ha masticato cicche di tutti i gusti e colori, Brooklyn Gustolungo, Vigorsol, Happydent, Big Babol, e le ha appiccicate una accanto all’altra spiaccicandole nell’incavo del calco. Il risultato è una serie di autoritratti di teste che le somigliano perfettamente, tranne che nel colore della pelle e dei capelli. Ogni autoritratto è formato da una carnagione pezzata di colorini sbiaditi dalla superficie lucida, con qualche isolotto fluorescente delle cicche al pompelmo candeggino, fragola turbo e cocco salmistrato. Non oso pensare alle pagine e pagine che Carolina avrà redatto sulla rappresentazione di sé fatta di materia masticata e ruminata». 

Ecco, è proprio il tema della rappresentazione di sé, di come Carolina/Maria Grazia si percepisce e si racconta, che, come accennavo in apertura, rende l’esordio di Tiziano Scarpa particolarmente interessante. Infatti, lungo il romanzo oltre alle più disparate forme di scrittura testuale già citate (tese a offrire una varietas contenutistica), e provenienti da differenti ambiti editoriali (considerando anche che qui l’editoria è un tema imperante), l'“invenzione” sta nello scambio tra le voci di Alfredo e Carolina. Lei trova lo spazio per esprimersi tramite uno switch dei punti di vista, che si materializza in un semplice quanto ingegnoso espediente: quello della formattazione del testo. Se il tondo appartiene ad Alfredo, allora il corsivo a Carolina

E con questo viene a manifestarsi una certa flessibilità del gioco letterario. Oltre a rintracciare in Occhi sulla graticola una serie di rimandi alla tradizione e la storia letteraria, infatti, l’innovazione si manifesta guardando alla percezione che si ha della prosa; a questo continuo incastro tra il concavo e il convesso – anche quando si vuole trattare con gli inglesismi. «Sette anni fa sono stata quindici giorni a Londra, ospite di Ludovica, a migliorare il mio inglese – improving my English». Inoltre, il carattere identitario di Carolina, scisso attraverso la pratica auto esegetica rinforza l’idea della frammentazione: «Me stessa, dovrei arrivare a me stessa, ma cosa significa me stessa? me identica a me? me precisa a me? me spaccata me? me sputata me? ... me descritta? me scritta? me analizzata? me vivisezionata? me intavolata? me distesa? me stesa? me stessa??? Mestessa, mestessa, mestessa, c’è stato un periodo in cui mi chiudevo in camera e ripetevo la parola mestessa, come un mantra, fino a che non significava più niente ... ». 

La confusione non è solo dialettica, o esclusivamente interna. Carolina ha difficoltà anche quando deve interagire con i coetanei. O anche spiegare quale sia il suo lavoro. Quindi, si annoia («Prendiamo sabato scorso. Me ne sono stata in pizzeria a Melma senza rivolgere la parola a nessuna, annoiandomi sfacciatamente»), e odia quando deve ammettere che lei è in grado – ed è costretta a farlo – di scindere in almeno due parti la sua persona: «Non ci posso fare niente, al paesello faccio l’artistoide vampira, la riot-grrrl con le unghie laccate di nero e caftano a strisce, mi diverto ancora a scandalizzarli, a fargli credere chissà cosa della mia vita». Ma la vita a Venezia è tutt’altro, ed è proprio l’esteriorità a gridare l’avvenuto cambiamento. «Se mia madre fosse ancora viva ci starebbe male, certe volte mi fa rabbia che non possa andare dal fornaio a sentire le voci che girano su di me a Melma.  
Se mi vedesse all’Accademia invece si spaventerebbe. Se potesse incontrarmi per le scale con i miei capelli castano cenere sciampati, tirati giù, cerchietto di velluto beige intorno al cranio, rossetto arancio stinto, unghie corte trasparenti, golfini ancora tiepidi di coniglietto rosa d’allevamento, gonne sotto la rotula, calze color carne e tacchi bassi: perfino lei mi direbbe di darmi una svegliata».  

Insomma, in tutto questo abbondante, straripante flusso di pensieri, forme, liquidi corporei, e generi vi è sicuramente una qualche ansia diffusa: Occhi sulla graticola oltre trent’anni dopo riesce a essere eloquente su un mondo tanto interno quanto esterno che agisce sulle giovani psiche dei personaggi. Tiziano Scarpa realizza quindi un romanzo labirintico, entro il quale dissemina indizi utili a intercettare le tendenze di un’autodistruttiva modernità. La modernità è caotica, sovrappone pensieri e voci, materiali, immagini e pulsioni. E mi fa sorridere pensare a come sia pressappoco lo stesso caotico schema che esiste quando si fa una rivista. Sia questa erotica o meno.  

Illustrazione di Giovanni Venditti