La ragazza con la Leica si muove su almeno due piani temporali. Il primo è quello strettamente diegetico, attinente alla realtà che la fotoreporter Gerda Taro vive e attraversa. È la realtà più “viva” e pulsante che percorre con il suo fidato gruppo di amici e colleghi. Siamo a Parigi nel 1937, in una città invasa dal fascismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Qui è difficile procurarsi del cibo, i nazisti hanno preso il potere, ogni cosa sembra finire, il male sembra aver definitivamente vinto. Gerda appartiene a un gruppo di intellettuali resistenti, che attuano una ribellione affiggendo manifesti rivoluzionari e abbracciando idee comuniste. Nel frattempo in Spagna è già esploso un fronte della resistenza più duro; quello raccontato da Hemingway e Ivens nel documentario Terra di Spagna, sempre nel ‘37. Ecco, la digressione verso il cinema (o materiale) d’archivio non è casuale. Perché il secondo piano temporale è proprio questo e parallelamente, infatti, Alina Marazzi sceglie di appoggiarsi al materiale d’archivio per far collidere queste due dimensioni in modo, tutto sommato, parecchio riuscito e calcolato millimetricamente con l’ausilio del montaggio (il tuffo nel fiume).
Stando al piano diegetico il film si apre nell’atelier fotografico di Gerda e Robert (Capa), mostrando sin da subito l’importanza che i due ricoprono nell’ambito del fotogiornalismo di guerra. I due sono già una coppia affermata, autoriale in qualche modo. E tutto si svolge nel giorno prima della partenza di Gerda per il fronte spagnolo, dove tragicamente incontrerà la morte poco dopo. Ma il vero cardine del film sono, appunto, le digressioni. È palpabile la volontà di guardare un ampio spettro temporale e spaziale: l’Europa – e le città europee: Parigi, Roma, Lipsia – è la sfera di interesse che incide sul lungo viaggio di Gerda alla scoperta della fotografia e dell’amore per quest’arte. Le città sono percorse, rappresentate, anche se con un non così approfondito margine di interesse.
Infatti uno dei punti dolenti de La ragazza con la Leica è proprio questo: sembra un film chiuso su sé stesso, sul fascino che esercita quando la partita si gioca negli interni delle case, delle redazioni, delle camere oscure, ma che perde forza ogni qualvolta prova a mettere il naso all’esterno, restituendo un sentore di eccessiva finzione. Si salva quando si pensa alle feste lungo la Senna (incursione dell’anacronismo marginale che in questo tipo di film è sempre apprezzata dal sottoscritto), ma ansima se c’è bisogno di mantenere il passo per un periodo di tempo prolungato.
Nel film la percezione materialista degli oggetti – nel senso più letterale del termine – è decisamente l'aspetto più curioso. Qui la memoria è davvero un personaggio a sé stante, che agisce fino ad emanare una volontà propria. La scenografia e i costumi in questo senso sono cruciali, perché funzionali a questa trasmissione storico-evocativa. La filosofia che lega insieme tutte le derive teoriche è tanto semplice quanto azzeccata: se la fotografia blocca il tempo, ghiacciandolo per poter raccontare, allora il cinema può fare altrettanto. Il cinema di Alina Marazzi, perlomeno, vorrebbe fare altrettanto. E quindi la camera a mano viene spostata ad altezza occhi, si muove tra i personaggi liberamente, illuminandoli, quasi volesse concretamente interagire con loro, salvo poi fermarsi un istante prima di toccarli.
Senza dubbio un film sulla riscoperta di una personalità indispensabilmente moderna, che lancia degli indizi importanti sul “fare contemporaneo”. Perché La ragazza con la Leica non si accontenta di stare al livello del biopic classico e sceglie di osare, calcare la mano, anche quando si avverte il rischio di perdere il controllo e deragliare – senza però mai perdere il senno. Il cast svolge un lavoro più che sufficiente nella rappresentazione di una rete solidale e amicale di resistenza anche pensando che questo è un adattamento dal romanzo omonimo di Helena Janeczek, vincitore del Premio Strega nel 2018. Se qui Gerda Taro viene raccontata soprattutto attraverso la testimonianza di Robert, Ruth, Will, Georg, nel film di Alina Marazzi lo scivolamento alla prima persona è ben riuscito, e non desta particolari dubbi, anche quando la protagonista rompe la quarta parete o si adopera nel monologo intimo con lo spettatore.