Jordan Firstman: che sia l’Adamo della prossima generazione di padri? Sicuramente è il nuovo arrivato nella scuderia dell’A24, con il suo Club Kid, presentato nella sezione Un Certain Regard allo scorso Cannes. Attore di professione classe 1991, dopo qualche cortometraggio arriva a quest’esordio, che scrive e in cui si ritaglia pure il ruolo da protagonista. Rimaniamo quindi nella casa di produzione di The Debut, ma anche nella stessa città, New York, Brooklyn per la precisione. E ci immergiamo nelle notti brave che solo una grande città può offrire, con quella determinata energia travolgente nel cui flusso tutti vorrebbero essere presi in pieno e coinvolti nella sua corrente.
O un turbine, magari, come quello che si scatena dentro il taxi, nella sequenza iniziale del film. Club Kid si apre con una conversazione telefonica in una lingua che non viene tradotta nei sottotitoli, la prima immagine è il profilo del tassista preso d’assalto da sei ragazzi e ragazze, che entrano in macchina tra risate e urla. Si scambiano davvero poche informazioni con il guidatore mentre riescono a mettere la propria musica alla radio, pippano e comunicano la loro eccitazione perché stanno andando a ballare. La macchina da presa è come se fosse sull’asse del cambio e gira appunto, più volte, inquadrando i giovani, la strada, il tassista. La sua lingua, l’inglese sfrenato, la musica, i clacson, le luci delle macchine e dei semafori riflessi sulla strada bagnata.
2016: tra loro c’è Peter che insieme alla sua amica di una vita e socia Sophie (Cara Delevingne) è parte attiva di queste notti. Le organizzano pure, hanno successo, stanno tentando di creare un vero e proprio brand. Nell’idea di Peter il club deve essere un safe space, nel rispetto di tutti e dove divertirsi bene: così giustifica lo spaccio di droghe che porta avanti nelle sue stesse serate, assicurandosi che i partecipanti ne usufruiscano della migliore qualità, testandola personalmente. Dieci anni dopo, di questi ritmi forse ne inizia a sentire il peso. Sophie lo considera ormai un tossico e lo licenzia dal loro progetto, perché lei punta in grande. A ripulirlo ci penserà una notizia inaspettata: cioè che una di quelle sere di anni prima, oltre una probabile sbronza gli ha lasciato anche un figlio, il londinese decenne Arlo (Reggie Absolom), per cui Peter, in quanto padre biologico, è l’unica alternativa possibile dato che la madre si è appena suicidata e il patrigno è un violento.
Club Kid ha tutte le caratteristiche per essere scambiato per un film che si compiace della contemporaneità che porta in scena, limitandosi a rappresentare mode, usi e costumi di oggi. Occhiali veloci, vestiti baggy, il ritorno del clubbing, comunità queer come protagonista, che non chiede permesso ma semplicemente esiste: costumi aderentissimi al tedio dei trentenni di ora, lungi dall’essere realizzati. In questo immaginario molto reale è difficile immaginare la paternità. Eppure questo figlio Peter lo vuole, quasi da subito, cogliendo la responsabilità e la peculiarità di Arlo, come individuo. La titubanza dura veramente poco e tra i due scoppia una scintilla, un’intesa, nella goffaggine e nella tenerezza del desiderio di entrambi di essere un padre e un figlio, di mettere in ordine la propria vita.
I due si parlano, condividono tristezze ed emozioni, persino il divertimento: ad Arlo piace tanto la musica e finirà per suonare la console in una delle nuove serate che Peter organizzerà grazie all’aiuto dei suoi amici festaioli, che stimano la sua visione e vogliono tirarlo su da un periodo duro. Arlo arriva nel momento giusto, e dopo di lui la techno potrà essere ballata senza essere strafatti e l’amore potrà andare oltre il sesso occasionale (come insegna l’abbraccio che ha la potenza di un intenso bacio sulle labbra tra Peter e l’assistente sociale Oscar, interpretato da Diego Calva).
Club Kid però ha anche due finali e il primo si rimpiange tantissimo: d’altronde non può andare davvero tutto così bene. Come dice l’amica della madre di Arlo, bisogna fare ciò che è meglio per lui, non ciò che vuole, e forse Peter è come New York, come una grande città agli occhi del bambino londinese, che guarda il Ponte dal finestrino con meraviglia, abituato più alla nebbia che al sole. E anche Peter è affascinante, gigantesco, accogliente ma ancora troppo incasinato. Forse ci vuole un altro po’ di tempo per diventare ufficialmente un padre e quel tempo arriverà, è certo.
Da bravo attore (quale si dimostra anche di essere), Firstman sta sui visi di questa minuscola famiglia non troppo disfunzionale, traendo il meglio da lui e Absolom, sui corpi che danzano liberi, che fanno l’amore, in un comodo divano o nel cesso di una discoteca, illuminati a giorno o a tratti dalle luci stroboscopiche. Crea scambi e situazioni in cui ridere di gusto e piangere commossi. Ma li immerge nelle strade, nei parchi, nei club, negli skyline della sua natìa New York, restituendo quindi una tridimensionalità, una sostanza, una speranza nelle nuove generazioni, di cineasti e di esseri umani, di trovare un obiettivo, una via anche al di fuori di noi, per stare meglio. Magari in un figlio non desiderato. È un esordio, certo, nell’era dei Safdie e di Victor, bisogna andarci piano. Eppure di questi tempi uno così non lo rifiutiamo.