A metà strada tra Boris e Terry Gilliam, Cambogia di Valerio Lundini torna a farci riflettere sulla sua comicità sagace, originalissima e unica. Anche nel suo debutto alla regia di un lungometraggio, infatti, si trovano tutte le caratteristiche che l’hanno reso celebre a partire dal programma Una pezza di Lundini, quando sulla RAI proponeva intervisti surreali a personaggi del momento e siparietti sclerotici con Emanuela Fanelli. Le condizioni della sua comicità sono quindi il non sense, l’appunto ingenuo, una lingua “terra terra”; e sono forse proprio queste caratteristiche a denotare l’unicità, perché anche nel suo primo lungometraggio si riflette proprio su questo. Sullo sfasamento che interviene tra la finzione dei personaggi a schermo e la realtà di un sistema italianissimo, quello dei red carpet e degli eventi laccati, dove le gelosie e le invidie serpeggiano indisturbate.

Valerio De Nicolasi è uno degli attori di punta delle serie Cambogia, appunto (una parodia di Suburra) nella quale interpreta Tramezzino (che sarebbe il corrispettivo di Spadino), e ad intervenire è proprio lo scambio che viene a crearsi, per delle cause ignote, tra il personaggio e la persona – nel senso che Valerio finisce nella serie e Tramezzino nel mondo reale di Valerio. E da qui, sarà l’inizio di una ricerca per un modo di tornare alla normalità per entrambi, data l’incompatibilità dei due a lontano dai contesti di provenienze (per Tramezzino, che vive in questa distopia post apocalittica romanesca è impossibile stare dietro agli impegni dettati da Erminia, l’agente di Valerio). 

E quindi, Cambogia si fonda tutto sull’approfondimento di questi due mondi agli antipodi. Due universi narrativi – letteralmente – scissi che sembrano farsi carico di parodiare un referente preciso e avere un obiettivo chiaro a cui mirare, e che infine riescono anche a colpire sufficientemente forte. Perché nel mettere in scena l’universo-cinema romano, Lundini ne cattura le ridicolaggini; alla stregua di quanto avviene quando ridicolizza i dialoghi di Cambogia e di prodotti che adoperano un aulicismo fuori tempo massimo. Riuscirà ad incidere questo affondo? Probabilmente no. Ma è anche giusto così. Essendo al suo primo film, infatti, possiamo solo augurarci che la sua comicità si faccia ancora più raffinata nel raccogliere le storture per mostrarle in sala, e per infine farci rendere conto, ancora una volta, del margine di fantasia che si può avere quando si vuole giocare a smontare i miti della contemporaneità.