La sera della prima si avvicina e l’intera compagnia teme che Mona Friedman (Julianne Moore), interprete del musical Vicini ficcanaso, faccia la fine di Norma Desmond in Viale del tramonto: ubriaca di sé stessa, dimentica della realtà e imprigionata nel suo personaggio. Il terzo film da regista dell’attore Jesse Eisenberg è peculiare come lo sono le circostanze che permettono a Mona, uno zero assoluto, di recitare per la prima volta in un musical senza alcuna esperienza pregressa. L’evento nella vita della donna ha un che di miracoloso, mentre si spera che non continui a essere così raro lasciare una sala cinematografica con la sensazione di essersi divertiti, intristiti e commossi in una semplice ora e quaranta.

Sarà New York, l’ebraismo ereditato dalla famiglia, una spiccata arte affabulatoria che conduce un continuo scambio di battute sagaci e sardoniche, saranno i titoli di testa che rimandano a una scenografia teatrale di cartapesta e alla locandina di Misterioso omicidio a Manhattan (1993) a evocare il fantasma di Woody Allen? Ma Eisenberg non copia, affatto. Nella maestria con cui scrive e conduce The Debut inserisce sì questi vari immaginari, che condivide con Allen appunto (per cui ha anche recitato, in To Rome with Love, 2012; ma soprattutto in Café Society, 2016), facendoli propri. Come appartiene alla sua biografia anche il teatro, in cui ha mosso i primi passi nella recitazione.

Stando all’inizio di The Debut è difficile immaginare la sua metamorfosi in un classico making of di uno spettacolo teatrale, con tanto di sera della prima. Perché è inspiegabile cosa abbia spinto Mona a iscriversi al provino per interpretare la parte di Danielle in questo celebre musical, non possedendo alcuna reale velleità artistica, oltre la comune esperienza di corista a scuola. Com’è inspiegabile che il regista Jerry (Paul Giamatti), piantato in asso dalla star Serena Cherry (Bernadette Peters), abbia optato per sostituirla proprio con questa sessantenne sfigata che ha avuto anche l’ardire di presentarsi in teatro chiedendo come mai non le avessero ancora dato notizie sull’esito del provino.

Mona ha poche abitudini, tutte rivolte verso il marito e i figli, che la considerano rispettivamente come quella con cui condividere la stanza da letto e quella che cucina i pasti. Alle cene gli amici si relazionano a lei come con un centrino più che un convitato. Così l’inaspettata stima professionale e simpatia che l’intero cast prova per lei non può che darle alla testa. Viene catapultata nella ritmata e stereotipica vita da artisti, tra registi esigenti, rigide gerarchie e una certa narrazione da outsider; rigorosamente presa per il culo da Eisenberg. Peccato però che Mona non sia davvero un’attrice e Jerry lo scoprirà presto dedicandole un corso accelerato ad personam, per imparare a recitare e a mangiarsi la vita, correndo il rischio di creare un mostro d’ego.

In confronto ai precedenti Quando avrai finito di salvare il mondo (2022) e A Real Pain (2024), in cui anche al loro cuore si trovano sicuramente discorsi sulle relazioni e la propria realizzazione, The Debut appare più caustico, più invettivo e originale, uscendo dalla narrazione di un confronto intimo, che sia tra madre e figlio o tra cugini. Al centro del film, di Vicini ficcanaso e del suo cast c’è una Julienne Moore (già coprotagonista nell’esordio) alla quale Eisenberg ha donato il suo iconico personaggio di imbranato inetto, riuscendo a superarlo. Non si è mai vista così impacciata, goffa, pietosa e in un certo senso anche stupida, abituata nella vita ad aspettare fuori dalla porta dei ristoranti insieme ai cani dei clienti. Ed è semplicemente bravissima nell’incarnare l’eterna possibilità di reinventarsi, anche a sessant’anni ampiamente superati.

L’esperienza recitativa di Eisenberg non appare un limite né gli attribuisce una visione registica ombelicale. Al contrario, come un Woody Allen che spesso si precipita davanti la macchina da presa, lo arricchisce di una cura dei personaggi, nella scrittura come nell’inquadratura, di un racconto e di una beffa anche del mondo dell’arte e del suo dietro le quinte. «Everyone wants to be on stage» e chi lo nega è un bugiardo. E nella morale forse troppo da favola Eisenberg consegna agli artisti, tra il serio e il faceto, la migliore empatia, la più completa consapevolezza di godersi l’occhio di bue ma giusto il tempo necessario per non rubare al compagno il tempo per enunciare al meglio la propria battuta.

The Debut è uno di quei film in cui ci si immagina viverci dentro per via della sua completezza e della sua bellezza. La realtà delle strade, dei motel, dei cessi sporchi e dei tubi arrugginiti non sviliscono l’innocenza e la meraviglia che scaturiscono donne e uomini che ballano e cantano in un musical, un sogno realizzato, una città gigantesca come New York. Forse manca solo l’amore. Chissà se è nascosto dietro l’ultima battuta di questo piccolo e divertentissimo gioiello: «Whenever you’re ready».