Giorni felici è in verità anche il titolo di un monologo di Samuel Beckett pubblicato nel 1963, che vede protagonista Winnie, una donna, che bloccata in cima a una duna di sabbia riesce a comunicare solamente col marito, Willie. Winnie nonostante tutto ama la sua vita, anche se immobile, ma non perché sia stupida, ma perché banalmente ha accettato la sua condizione. L’immobilità. Giorni felici è quindi il monologo che Claudia (Carlotta Gamba) sceglie per il provino dell’Accademia di recitazione, provino che deve tenere un giorno d’agosto, a Roma. Quando torna in città, separandosi per qualche giorno dal suo attuale compagno Piero, incontra però Giorgio (Riccardo Scamarcio), suo ex ragazzo che ormai non vede da svariati anni.
Per lei, confusa dal fatto di averlo incontrato per caso, sembra quasi spontaneo invitarlo a bere qualcosa, una di queste sere. Ed effettivamente i due si incontrano. Ma lei beve troppo, lui la porta a casa sua. Lei, il giorno dopo ha il provino per l’Accademia. Si sveglia e sta male, arranca, riesce a raggiungere la sede del provino.
Tutta la relazione tra Claudia e Giorgio, il tempo passato insieme, è il vero nucleo di Giorni felici, adattamento dell’omonima graphic novel di Zuzu e ritorno di Susanna Nicchiarelli dopo Chiara. Le differenze tra i due sono evidenti: mentre Claudia è una studentessa appena maggiorenne e preda dei dubbi sul futuro, lui è già un architetto, che ha almeno dieci anni in più di lei; e se Claudia è solare e ridente nell’approccio alla vita, Giorgio ha il profilo di un uomo di ghiaccio, anzi, di un uomo ghiacciato. C’è poi la differenza di classe: «i tuoi amici parlano solo di soldi», dice lei ad un certo punto, il che è vero. Perché per Giorgio e i suoi amici ogni momento è buono per pensare al futuro, al guadagno, all’accumulo.
Stando a quello che ho raccontato finora, potrebbe anche sembrare che Giorni felici sia un classicissimo e mediocre dramma da salotto a cui ci ha abituato il panorama odierno, però c’è un dettaglio che ho omesso finora. E cioè che Claudia ha questa sorta di potere magico di trasformarsi parzialmente o integralmente in un mostro, coi denti a sciabola all’insù e la pelliccia bianca, e degli artigli affilati al posto delle mani. La trasformazione avviene quando a mutare è qualcosa dentro di lei, nel suo stato d’animo, quando avverte quel pugno dall’interno dello stomaco. È il manifestarsi di un’ambiguità psichica, insomma.
E il motivo per cui ho scelto di omettere il dettaglio del mostruoso femminile (femminile perché vediamo chiaramente come la mutazione sia originata a seguito del primo ciclo mestruale, ricalcando quindi una specificità di genere), è che tutto sommato è un dettaglio sia tanto essenziale quanto inutile. Pensandoci, Giorni felici potrebbe andare avanti senza l’espediente delle trasformazioni di Claudia, senza che questo inficiasse sugli scambi che ha con Giorgio o Piero. Ed è essenziale, allo stesso tempo, perché la sottolineatura che si viene a compiere sulla percezione del corpo in quanto gabbia di una forma altra è affascinante.
Il linguaggio adoperato da Susanna Nicchiarelli, inoltre, restituisce una lettura del film pienamente in linea con l’idea di un “prima” e un “dopo”: nella suddivisione in due atti – preceduti da un prologo –, e soprattutto nell’uso del bianco e nero sapientemente evocativo (la fotografia è di Francesco Di Giacomo), che ritrae la Claudia e Giorgio, sin dal loro incontro, come bloccati in una sorta di dimensione calcificata, che comunica dai punti luce riflessi dui volti e sugli interni delle case. Il conflitto, come spesso accade nella vita, sta proprio tra la durezza degli eventi e la leggerezza di un volo che finisce con lo schianto. Solo che nel mentre un regalo che pensavi gli sarebbe piaciuto viene lasciato a terra, o deriso davanti a tutti per l’esuberanza che non gli si addice.