Di tanto in tanto, ve ne sarete accorti, ci piace riflettere sugli usi e costumi del critico. Su quelle che sono le abitudini, le ossessioni, i formulari verbali a cui siamo soliti fare ritorno, quasi fossero un porto sicuro, una sorgente a cui attingere. Questa mattina ad esempio, poco prima della proiezione di Arrested Memory, il nuovo film del giapponese Sabu presentato fuori concorso a Venezia 83, una particolare locuzione risuonava nella mente di chi vi scrive: “boccata d’aria fresca”. Un modo di dire comune, rinfrancante, liberatorio. Una sensazione quest’oggi persistente, legata allo stile del cineasta di Wakayama.

Lontano dalla “formalità” e dai toni a cui i festival ci hanno ormai abituati, il lungometraggio del regista prometteva infatti di iniettare una certa dose di adrenalina all’interno dell’impegnata programmazione della Mostra. Del resto, aveva ammesso l’autore nel suo personale commento messo a disposizione della Biennale, «la vita è spesso assurda e crudele. Perdiamo le cose, le cose si rompono e molte, alla fine, scompaiono. Eppure continuo a fare film nella speranza che, alla fine, ciò che rimane siano l’amore e l’umorismo. Credo che il mondo abbia bisogno di ridere».  

Ambientato, come già accaduto nella carriera del regista, tra Giappone e Taiwan, il film racconta la storia dell’ispettore Lee (Ethan Juan), rimasto traumatizzato dalla perdita della propria squadra e costretto a fare i conti con un’amnesia e con il proprio senso di colpa nel corso di una nuova indagine. 

Contraddistinto da ritmi per lo più frenetici e dal progressivo rincorrersi delle battute e delle immagini, Arrested Memory è un’opera che mescola action e romance al servizio di una ritmatissima commedia degli equivoci, fondata sulle continue perdite di memoria del suo protagonista e dal suo ondivago girovagare lungo la strada dell’intreccio. Tra arti marziali, coreografie, criminalità e dialoghi serrati (con tanto di interprete), il film continua infatti ad evolvere senza però mai perdere l’amalgama necessaria, riuscendo anzi a scrivere l’ennesimo paragrafo di una filmografia di assoluta coerenza. 

Chi sono io? prosegue infatti a domandarsi il personaggio di Ethan Juan. E il tema della memoria, del passato come fuoricampo inevitabile, con cui interagire per potersi riscrivere o sovrascrivere, torna centrale come in Mr. Long (2017). Forse con fare meno solenne e intenso che nel film con Chang Chen, ma mutuandone diversi elementi narrativi – tra i quali una figura femminile che deve essere salvata per poter salvare, e un andirivieni caotico di relazioni che, nonostante tutto, tende all’ordine e alla pace.

Innumerevoli sono poi i frangenti più esilaranti, dalla sequenza di dialogo al telefono sul finale, alla restituzione equivoca del borsone pieno di soldi che sembrerebbe dare credito al presunto tradimento dell’ispettore. Senza dimenticare quei pochi secondi in cui, fuggendo a perdifiato dalla propria stanza d’hotel, il protagonista rifiuta di perdere l’andatura continuando a trottare sul posto per gli attimi necessari a passare la porta scorrevole.   

Trovate semplicissime, ma funzionali – per certi versi simili a gag proposte anche in prodotti cult d'oltreoceano (si pensi alla trilogia di Rush Hour). Punteggiate dalla consueta maestria di Sabu nel gestire le scene action, nonché dall’utilizzo di una fotografia saturata che contribuisce a rendere credibile una storia che scivola più volte nella favola e nella commedia assurda, ma che riesce a toccare le giuste corde della vita.

Arrested Memory quindi emoziona, ma soprattutto diverte come pochi altri titoli del festival, confermando l’assoluta capacità del regista di abbinare toni sopra le righe a una rara sincerità dei sentimenti, e di stare non solo addosso, bensì dentro ai suoi personaggi, per ritrarne le sfumature, dalle più vivide alle più tenui.