Non è che a volte ritornano, non se ne sono mai andati. L’ultimo film della super coppia della commedia francese, Olivier Nakache e Éric Toledano (per intenderci, i papà di Quasi amici, 2011), ricorda tanto la storia d’amore di Licorice Pizza (2021) e il bar-mitsvah di A Serious Man (2009) ma ambientate a Parigi dieci l’uno e venti l’altro anni dopo, cioè nei gloriosi anni Ottanta. Lo stesso titolo, Juste une illusion, si riferisce alla canzone degli Imagination con cui il film comincia: non c’è alcun altro livello di lettura.

La vita di Vincent (Simon Boublil) sarebbe nettamente migliore se solo i genitori si decidessero a riservargli nell’appartamento una stanza tutta per sé, senza dover lottare ogni giorno con il punkrock del fratello più grande Arnaud (Alexis Rosenstiehl), che si espande sempre di più tra poster e musicassette. Anche perché Vincent preferisce il funk. Come se non bastasse, alle casse urlanti del fratello si aggiungono le costanti liti di mamma Sandrine (Camille Cottin), segretaria estenuata dai lavori domestici e dalle sue ambizioni frustrate, e papà Yves (Louis Garrel), che da vero uomo non ha il coraggio di ammettere di essere stato licenziato, e di lavare i piatti. Vincent vorrebbe solo starsene tranquillo: passare il tempo coi suoi amici, riuscire a rubare qualche porno dalla videoteca, mentre aspetta che la coetanea e bellissima Anne-Karine (Jeanne Lamartine) si accorga di lui e ricambi il suo amore incondizionato. Un miracolo non basterebbe.

Nella pagina Wikipedia in francese dedicata a Juste une illusion ci sono due paragrafi che saltano all’occhio. Uno si chiama «Anacronismi» ed è anche abbastanza approfondito per quanto il sito avverta della mancata verifica nella citazione delle fonti. Immaginare che qualcuno si sia preso la briga di condurre un’indagine sull’accuratezza storica di una commedia uscita in Francia il 15 aprile di quest’anno è un po’ alienante. Il secondo paragrafo si premura semplicemente e relativamente nella norma di riportare il soundtrack del film, che nel girato ha un minutaggio pari a Simon Boublil. Juste une illusion è praticamente un greatest hits che se solo gli anni Ottanta non fossero ancora intorno a noi sarebbe un’eccezionale ricostruzione.

Ma per fortuna, nonostante l’ambientazione storica, che appare scelta per il semplice gusto di mettere tutti in costume e di strizzare l’occhio già dalla locandina, Juste une illusion è una commedia riuscita ed estremamente divertente, che allevia dal torpore e risana dalle piaghe da decubito i corpi esangui degli spettatori al tremiladuecentocinquantaduesimovirgoladue giorno della Festa del cinema di Roma.

Dialoghi lunghissimi, bercianti e velocissimi come solo i francesi sanno scrivere. Si diventa inquilini di casa Dayan, confusa e sempre ad orlo di una crisi di nervi già scavalcato. Nonostante le risate, il ritratto della famiglia è preciso e purtroppo disfunzionale come spesso si palesa nella realtà. Insoddisfazioni professionali, discriminazioni di genere, sensibilità emotiva assente, figli minori cresciuti dai figli maggiori che vengono pure rimproverati. I personaggi di Juste une illusion corrono all’impazzata tra colloqui di lavoro, ricerche scolastiche, concerti proibiti e biglietti della lotteria. Avventure casalinghe e quotidiane osservate dagli occhi di un bambino in procinto di diventare adolescente e che si chiede se mai potrà diventare un fico, anche solo per se stesso.

Nakache e Toledano prendono spunto dalle loro stesse origini (il primo algerine, il secondo marocchine, entrambi ebrei) per mettere alla berlina conflitti storici eterni, credenze ortodosse, stereotipi, in quegli anni Ottanta danzanti sì ma ancora tanto ottusi. Seppur alle volte la struttura appaia vorticosa, tirata troppo per le lunghe e con sequenze che hanno proprio l’aria di essere riempitive ed eccessivamente liriche, il tedio non giunge mai grazie al ritmo, alla comicità e alla bravura di tutti gli interpreti, grandi e piccoli.

Per carità, niente di nuovo ma solo grandi conferme tra gli adulti. Cottin è il volto femminile della commedia francese; il potenziale esilarante di Garrel viene sempre più sfruttato (vedi Succederà questa notte), corpo attoriale che riesce ad essere nello stesso momento allampanato e affascinante – alle volte gli basta semplicemente strabuzzare. Mentre è sul tenerissimo Boublil che si regge tutto l’intreccio, dagli occhi e dall’amore giganteschi, per la sua famiglia e per Anne-Karina; ma senza dimenticare sullo sfondo Pierre Lottin (Lo straniero), nel piccolo ruolo del giardiniere/tutto fare Étienne, che trova sempre il modo di intrufolarsi in casa Dayan, un po’ per montare computer, un po’ perché gli piace Sandrine e per infastidire Yves.

Sono pazzi, questi Dayan. E nonostante tutto si amano molto. E, più che la malinconia per gli Earth, Wind and Fire e i Cure, riescono, seppur nel loro delirio, a far tornare alla mente un mondo che apparteneva a tutti noi: che aveva i confini di mamma e papà, che si estendevano al limite verso fratelli e sorelle, della casa in cui giocare, della macchina con la quale venire accompagnati a scuola. Unica preoccupazione: che i grandi smettessero presto di litigare per organizzare la prossima gita domenicale.