Noi, un po’ meglio inizia con dei totali su di una spiaggia mentre suona un pezzo di Marracash, che progressivamente, tra un taglio di montaggio e l’altro, si fa via via sempre più confuso, fino a diventare diegetico: il pezzo proviene dalle casse di un’auto ribaltata. All’interno dell’auto c’è Lucia (Maria Chiara Giannetta), che incolume (a parte una comprensibile confusione) fa la conoscenza di Simone (Elio Germano), il vigile del fuoco che la tira fuori da lì. È così che si conoscono i due. E dopo che Simone la raggiunge in ospedale per accertarsi che stia bene (in verità Lucia quando era capovolta in auto gli ha detto, in predo all'annebbiamento mentale, «poi scopiamo») i due si spostano a casa di lei. «Dieci minuti e me ne vado», dice Simone dopo un’eiaculazione precoce: ecco, sono già passati quattro anni e loro sono una coppia felice.
Il salto temporale che avviene poco dopo l’inizio del film racchiude forse il sentimento dello scorrere del tempo in amore, che con l’avanzare dell’età si accentua fino a farsi troppo ingombrante per essere contenuto in un appartamento troppo piccolo. Ma l’appartamento troppo piccolo, quello di Lucia vorrebbe essere riempito da un figlio da Simone; nonostante questo vada contro le due premesse fondanti della loro relazione, e cioè 1) Lucia non vuole avere figli e 2) anche volendo, Lucia non può averne perché soffre di infertilità congenita.
A subentrare sono allora quegli ambienti tipici del cinema di Luchetti. C’è la famiglia della classe lavoratrice ostiense, radicata nel litorale romano numerosissima e rumorosissima, ci sono i protagonisti anch’essi appartenenti a questa classe sociale, e c’è un conflitto tra due mondi, quello della tradizione e quello dell’indefinitezza, che qui viene ottimamente incarnato da Lucia e dalla sua storia personale. Donna cresciuta senza un padre e con una madre assente (allergica ai rapporti sociale, parole sue), non viene vista di buon occhio dalla famiglia di lui, specialmente dalla madre, che quindi vorrebbe Simone accasato con Rebecca, la sua ex storica e vicina di casa.
Il film di Luchetti non è esente da dei piccoli difetti. Un’eccessiva marcatura del linguaggio “parlato”, quello di Simone, rende come impossibile pensare a delle voci al di fuori del suo personaggio, e il rischio è quello di dover subappaltare su di lui l’intera linea comica; che poi resta inespressa dagli altri personaggi. Sono errori trascurabili, però. Perché Noi, un po’ meglio riesce a sorprendere per il racconto che viene fatto di un amore non-drammatico, non-teatrale, non-gridato in faccia allo spettatore. E pensando anche banalmente al film di apertura di questa Festa del Cinema, il distacco si fa importante.
Luchetti sembra infatti mettere in pratica con una semplicità rigenerante un conflitto quotidiano (forse anche grazie alla pluri ventennale esperienza maturata sul set), se di quotidianità si può parlare riferendosi al tema dell’adozione. Simone e Lucia parlano, anche se sembrano non comunicare mai; litigano, anche se viene a crearsi un accumulo raffinatissimo tra il non detto e tutto quello che viene mostrato. Ed è lodevole pensare al modo con cui sono esattamente quelle minuscole parole a portare a uno strappo irreparabile, a un’esplosione di repressi e rabbia che avviene – che soddisfazione dirlo – spontaneamente.
Come quel minuscolo taglio di montaggio all’inizio lungo quattro anni e dieci minuti, ad intervenire sui protagonisti (tra cui c’è una fortissima chimica) sembra esserci sempre qualcosa di inspiegabilmente effimero, anche se loro nel compilare le carte per il processo di adozione e nel partecipare agli incontri ce la mettono davvero tutta. Aleggia come il sospetto che a mettere i bastoni tra le ruote sia in verità una burocrazia che disumanizza e interviene, che mette bocca dove non dovrebbe e che, come spiega la dottoressa Zappacosta, per funzionare deve dividere; e non pacificare, come se questo significasse rifugiarsi nelle proprie certezze, senza considerare mai lo scuotimento della vita.