Esprimere la tenerezza, raccontarla, non è per nulla semplice. Si corre sempre il rischio di risultare melensi, scontati, imbarazzanti. Ma se si contestualizza la tenerezza nella vita di tutti i giorni, se non la si prescinde dall’intrinseca inospitalità del mondo, d’un tratto risulta un buon paio d’occhiali per guardarlo, questo mondo, un’esile ma luccicante armatura per affrontarlo. Ecco allora che l’omonimo romanzo della scrittrice e sceneggiatrice Valerie Perrin (edito in Italia da e/o nel 2019) pare sposare perfettamente l’immaginario di Jean-Pierre Jeunet.

Nella Borgogna del 2023 Violette (Leïla Bekhti) cambia l’acqua ai fiori in un cimitero di cui è la custode, ma si dà da fare anche con gli esseri umani, quelli vivi: i veri fantasmi che le confessano questo o quel segreto sui defunti che vanno a trovare. La bontà della donna è pari alla solitudine in cui nasce e cresce, privata dell’amore. Ma non si lamenta: gode della compagnia di tantissimi gatti e un cane, Monsieur, e degli strampalati becchini Gaston e Nono. Sinché non arriva Julien Seul (Melvil Poupaud, la cui linea narrativa ricorda molto quella del suo Léo in Un peu avant minuit), che indaga su un uomo seppellito proprio nel cimitero di Violette, per conto di sua madre. I due si raccontano a vicenda, e rivangando il passato si scopre che quello della donna non è per nulla morto né sepolto, anzi. Come uno zombie, è ancora in vita e sarebbe bene risolverlo una volta per tutte.

Cambiare l'acqua ai fiori è un continuo riavvolgimento del nastro avanti e indietro nella vita di Violette, che si scopre essere stata sposata con il passionale ma tenebroso Philippe (classico personaggio di Matthias Schoenaerts) che d’un tratto l’ha abbandonata. Vivissimo anche se parla di morte. Misteri, indagini, piste false, testimoni e colpevoli insospettabili rendono la trama e la fattura dell’ultimo film di Jeunet quasi inutilmente complicata da seguire: ogni conclusione raggiunta si scopre presto che non è l’intera verità e si passa al tassello successivo. Nel frattempo però sembra arrivato il momento d’un cambiamento: un nuovo amore, magari. O forse addirittura il primo vero, il più grande.

Non è possibile guardare Violette e non pensare ad Amélie. Di certo la prima non sostituirà mai lo sguardo della seconda, ma entrambe sono imbevute di malinconia, spremute dal mondo perché custodi di una forza gigantesca, che nel caso di Violette ha il tratto dell’abnegazione. E come tutti i personaggi di Jeunet anche lei è mossa dallo stesso desiderio: essere amata. Il percorso è tortuoso, sicuramente meno divertente della sua antenata del 2001, la ricerca è disperata.

Il “ritorno di Amélie” non è perfetto, forse troppo letterario nella durata, troppo intrecciato nel racconto e nei costanti avanti e indietro nel tempo. Eppure è un esempio di quanto la regia e l’immaginario di Jeunet abbiano lasciato il segno nel cinema e nelle vite di chi ne ha amato i film; di quanto la sua intuizione sia arrivata in quegli anni Novanta che forse sono stati l’anticamera del peggio, dove poco spazio viene riservato alla tenerezza e alla fantasia. Sguardi in macchina, percorsi in motociclette velocizzati, personaggi e ricordi che compaiono in tondi tutt’intorno all’io narrante del momento, dissolvenze in iride. Per non parlare della modalità “inventario” con cui Jeunet presenta i personaggi e gli accadimenti: un lunatico elenco di cosa piace e cosa non piace, di cosa è accaduto prima e poi dopo, con annessa immagine/inquadratura esplicativa. Un libretto d’istruzioni.

Jeunet fa ordine nella vita di Amélie, in quella di Violette, in quelle di chi è seduto in platea, alla maniera di Dominique Pinon nel corto Foutaises (1989). Ancora una volta consiglia di mettersi seduti a tavolino, prendere carta e penna e individuare, nell’inquietante solitudine in cui nasciamo e moriamo, cos’è che ci fa emozionare, nel bene e nel male. Sciocchezze (questo vuol dire in francese) in confronto a tutto il resto, ma forse necessarie per arrivare ogni giorno alla sera. Per Violette, tra le tante, ci sono le manine di Léonine (Elodie Batard Gaultier) che camminano in punta di dita sulla sua spalla nuda al mare a Marsiglia; la bellezza di Philippe di cui si cibava un tempo. Per l’ex guardiano del cimitero Sasha (Sergio Castellitto) sono la festa dei morti in Messico e le catacombe di Palermo. Desideri, gusti, piaceri. Li abbiamo ancora?

Le acque cristalline, le campagne sconfinate, colori troppo caldi, quasi “realistici” di Cambiare l'acqua ai fiori non sono all’altezza degli affreschi, allo stesso tempo inquietanti e accoglienti, polverosi e stravaganti de Il favoloso mondo o di Delicatessen (1991). Ma di questi tempi, in questo festival, l’ultimo di Jeunet è come un balsamo, una meritata proiezione delle otto e mezza. E una volta fuori dalla sala, come sempre dopo i suoi film citati, la spinta a coglierle queste sciocchezze della vita è così forte da non voler perdere più tempo. Così ci si fionda sotto un raggio di sole, che riscalda un piccolo lembo di pelle irradiando la luce in tutto il corpo.