A pochi minuti dall’inizio di Minotaur noto due piccoli dettagli che mi sono familiari e di questo mi stranisco. Il primo è il ritratto di Putin appeso al muro dell’ufficio del sindaco: lo stesso posto lo occuperebbe Mattarella persino nelle soap opera italiane più scadenti. Il secondo è il video di un bombardamento, i palazzi che crollano, che una delle dipendenti di Gleb guarda scossa al computer della sua postazione. Il capo se ne accorge, indugia un po’, batte le nocche sulla porta a vetri per richiamarla al lavoro. L’invasione ucraina va avanti da anni ormai, due parole a dir poco quotidiane. Comunque mi colpisce il tempismo: l’altro ieri, 18 ottobre, oltre mille droni ucraini hanno malamente colpito San Pietroburgo, città natale di Putin, gettandola in un blackout, alla maniera russa; ieri, 19 ottobre, alla sera viene proiettato per la stampa l’ultimo film di Andrej Zvjagincev, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes.
Sullo sfondo della Russia contemporanea di Gleb (Dmitrij Mazurov) non c’è un’invasione ma un conflitto, contro la Georgia. Responsabile di una ditta di spedizioni, ha ben due gatte da pelare: il sindaco della città ha chiesto a lui e ad altri dirigenti di consegnargli entro il prossimo giovedì una lista di quattordici dipendenti da iscrivere obbligatoriamente alla leva militare; forse la moglie Galina (Iris Lebedeva), casalinga e ombra irrealizzata del marito, lo tradisce.
Il paesaggio, che sia cittadino o della casa da ricconi in mezzo al bosco di Gleb, è autunnale, grigio. E non rispecchia soltanto un paese in guerra, dal quale i più abbienti fuggono preferendo la vacanziera Thailandia, ma una condizione esistenziale, in cui tutto è grigio ormai da tempo, tutto è menzogna e mestizia. Una farsa da portare avanti per inerzia. Non c’è colore, non c’è amore nella piccola famiglia di Gleb e Galina, che hanno un figlio preadolescente, Serëža (Boris Kodrin), che da bravo parafulmine subisce e restituisce la mancanza d’affetto. I tre si perdono tra le immacolate stanze e nei propri cellulari: la famiglia è alla deriva ma sarà proprio un evento fuori dall’ordinario e dall’immaginabile che i cocci si riassembleranno, in modo inquietante.
Caro a Cannes sin dagli inizi (e Leone d’oro per il suo esordio, Il ritorno, 2003), Zvjagincev torna da una lunga assenza (Loveless, 2017) con questo remake di Stéphane, una moglie infedele, di Claude Chabrol, 1969; all’epoca curiosamente insignito dello stesso premio. Alla comune trama intima viene aggiunto questo dubbio etico, che presta il fianco a un evidente accenno alla contemporaneità del paese d’origine - resta da capire quanto grossolanamente questi due aspetti vengano accostati. Il rimando mitologico è lampante (erano quattordici anche i tributi da dare in pasto al mostro del labirinto di Cnosso costruito da Dedalo) come d’altronde la critica, tesi portante del film.
Quella parte di società che non deve pensare alle pulizie di casa (e che ha le facoltà per intenderle come un’attività ristoratrice, come lo yoga) si regge esclusivamente sull’insabbiamento dei problemi e delle prove di colpevolezza. Giammai il divorzio, l’attestazione di un fallimento: non c’è nulla che un bel viaggetto non possa sanare, magari proprio a Creta, rimanendo in tema. Eppure, com’è nel suo stile, Zvjagincev non nasconde nulla. Lunghi piani sequenza sono testimoni delle vite e degli atti miseri dei personaggi, pietosi al punto da far nascere il dubbio nello spettatore, se sfogarsi con una risata nervosa o distogliere lo sguardo per rispetto. Gleb e Galina sono personaggi senza un’etica, completamente annichiliti dalla loro sofferenza dall’essere incapaci di cogliere la gravità dei loro comportamenti.
Una tale crisi di ideali muove le guerre e raffredda i focolari domestici, già precedentemente affrontati da Zvjagincev nella sua filmografia. E come fa giustamente notare Serëža, catturandolo con il cellulare e mostrandolo ai genitori durante il volo, sotto di loro (e noi) c’è un grigio banco di nuvole fittissimo, pieno di tempesta, oltre il quale è impossibile vedere il paesaggio, il futuro.