«Vorrei informare i valorosi musulmani di tutto il mondo che l’autore del libro I versi satanici, scritto e pubblicato contro l’Islam, il Profeta e il Corano, così come gli editori a conoscenza del suo contenuto, sono condannati a morte.Chiedo ai valorosi musulmani di giustiziarli prontamente, ovunque si trovino, affinché nessun altro osi insultare le sacralità dei musulmani.Chiunque venga ucciso per questa causa sarà un martire, se Dio vuole.Inoltre, se qualcuno ha accesso all’autore del libro ma non ha il coraggio di giustiziarlo, dovrà indicarlo alla gente, affinché possa essere punito per le sue azioni.

La pace, la misericordia e le benedizioni di Dio siano su di voi».

Sono queste le parole con cui l'Ayatollah Khomeini, il 14 giugno del 1989, via radio condannò alla fatwā Salman Rushdie, autore dei Versi satanici, e chiunque fosse coinvolto nella traduzione e diffusione del romanzo – un traduttore giapponese ha perso la vita, mentre uno italiano, a Milano è stato gravemente ferito. Ed è da questo enunciato che servirebbe partire, per spiegare e raccontare il punto di arrivo culminato con l’attentato del 2022 ai danni dello scrittore durante un convegno pubblico in un’università a Chautauqua, nello stato di New York, compiuto da un attentatore ventiquattrenne. Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie è quindi l’adattamento del libro autobiografico Knife: Meditations After an Attempted Murder, che cerca di raccontare alla maniera di Alex Gibney la vicenda, partendo però da quello che si verifica dopo; come a voler riavvolgere il nastro per tornare ad indagare una figura tanto importante del panorama letterario contemporaneo. 

Gibney torna quindi a sviscerare e quasi enumerare le manifestazioni del potere per poterle organizzare attraverso le immagini (ricordiamo il suo Musk passato a Venezia, o The Bibi Files, uscito in sala e prodotto da lui, diretto da Alexis Bloom), anche quando questo significa maneggiare materiale d’altri e svolgere tutto il film adoperando il montaggio. In questo caso, la narrazione si svolge tutta dall’interno della camera d’ospedale dalla quale inizia la riabilitazione di Rushdie – e che nonostante gli sforzi e le operazioni invasive, perderà l’uso dell’occhio destro e della mano sinistra. I materiali girati da Rachel Eliza Griffith, compagna dello scrittore nonché poetessa, fotografa e scrittrice a sua volta, sono quanto di più crudo e impattante si possa mostrare; e dice Rushdie, non è una cosa che riguarda lui, ma va oltre. Riguarda la libertà di espressione. 

Da questa camera d’ospedale parte il viaggio a ritroso. Ed è un viaggio condotto dalle parole a schermo, che evocativamente rimarcano l’importanza di una voce tanto geniale quanto divisiva; quello de I versi satanici non è che una delle tante opere nelle quali viene praticato un affondo vertiginoso sulla realtà socio-culturale inerente alle definizioni possibili di Stato, popolo, identità, frontiera. Temi che Rushdie stesso ha avuto modo di sentire sulla sua pelle: proveniente da una famiglia della middle-upper-class di Bombay, figlio di un padre alcolizzato e violento lascia presto l’India per trasferirsi in Inghilterra, dove studia e progressivamente si allontana dalle sue radici. Ma è un allontanamento apparente, perché dopo il suo romanzo d’esordio, che ritiene insoddisfacente, intraprende un viaggio di ritorno on the road che gli permette di vedere con occhi nuovi il suo Paese di nascita, la sua India. E proprio dopo questa esperienza, scrive il suo primo successo, I figli della mezzanotte. 

Knife: The Attempted Murder of Salman Rushdie si fa carico di una lezione necessaria, quando sfacciatamente alterna la fisicità di un corpo dilaniato da un feroce attentato d’odio alla leggerezza delle ricostruzioni o delle interviste passate di Rushdie; quando da giovane esordiente lo vediamo doversi adattare a una vita sotto scorta, fino anche alla sua ritrovata libertà, esercitata presenziando a eventi pubblici di grande richiamo a New York, e attuando quindi un’operazione di coraggiosa ri-messa in luce del proprio io. È come dire: “se sono visibile a tutti, sarà più difficile che qualcuno mi colpisca nell’ombra”. Ed è davvero impressionante, però, pensare al fatto che l’odio scatenato dall’estremismo religioso non conosca contegno, e che questo sia arrivato a colpire ben oltre tre decenni dopo le parole di Khomeini. Una dimostrazione pratica di quanto la letteratura, o più in generale la libera espressione sappiano essere incidenti nella vita pubblica, o nel dibattito politico, protraendo la pericolosità nel corso del tempo.