Sono tre i momenti della vita di Pino Daniele raccontati da Nicola Prosatore (che adatta liberamente Pino Daniele. «Tutto quello che mi ha dato emozione viene alla luce» di Daniele Alessandro): 1961, 1979 e 1980. Dai momenti di apertura del film, vediamo quindi un Pino Daniele bambino, che accompagna il padre tra i vicoli adiacenti al porto per cercare di sopravvivere alla giornata, magari trovando un soldato americano da accoppiare ad una delle prostitute dei sobborghi e ricavarne qualche dollars. Ecco, è questo il setting, ed è qui che il nucleo centrale di Je so’ pazzo emerge con tutta la carica emozionale poi presente lungo tutta la visione, ovvero l’attaccamento di Pino al padre Gennaro. È un rapporto malsano, però, questo tra un padre col vizio del gioco – e a causa del quale perde tutti i pochi soldi che riesce a racimolare – e un figlio troppo debole, anzi troppo sensibile per sopportare una situazione di liti e povertà.
Quando Pino (Massimiliano Caiazzo) cresce spera solo di trovare nella musica un motivo di sussistenza, scansando tutti i disperati tentativi delle “zie”, che lo ospitano sin dalla tenerà età, di inserirlo in qualche azienda pubblica per arrivare all’ambito posto fisso (topos archetipico tutto italiota, purtroppo ancora così centrale nel cinema… bah). Quindi insieme a Rosario insegue quel mito, quell’essere un chitarrista libero come il loro idolo James Senese, dei Napoli Centrale; forse la band partenopea più influente di quel frangente storico. La possibilità di incidere un disco arriva subito, però. Ed arriva dal momento in cui Pino sceglie di mettere voce e faccia sui suoi progetti: ecco che il piccolo successo di Napule è, che composta a soli diciotto anni gli apre le porte della EMI, e da lì una tappa dopo l’altra.
Ma perché durante la visione resta questo senso di frettolosità? Come se ogni nodo drammaturgico del film si risolvesse con una passata di dialogo, e magari qualche scelta evocativa? Probabilmente perché è così. Il secondo film di Prosatore, nonostante alcune buoni intuizioni linguistiche – come i punti macchina diegetici (l’interno della cassa della chitarra) o costruzioni di buon livello – sembra scivolare su una linea per niente frenante, e da un un momento all’altro si ha l’impressione che il tutto possa addirittura franare. Certo, fortunatamente non si arriva mai a questo disastroso livello, però questa impressione è dovuta soprattutto al fatto che Je so’ pazzo sembra partire da un centro ben delineato (il corpo di Pino) e aprire dei segmenti che si spandono in molte direzioni (come già detto, la paternità; il rapporto con la moglie Dorina; lo sfaldamento degli ideali e il rapporto con la città) che si fanno via via sempre più lontane, fino a non essere più chiaramente distinguibili.
E forse non basta quella rapida sovrapposizione tra il Pino di Caiazzo e il Pino reale, dei materiali d’archivio, quando sul finale lo si vede esibirsi a Piazza del Plebiscito davanti alla folla di duecentomila persone; a distanza di quasi un anno dal tragico terremoto. Va bene, Pino Daniele è tornato nella sua Napoli dopo tentennamenti e crisi personali, ma perché queste crisi sembrano così affrettate? Perché i litigi tra i membri della band sono affrontati con così poco mordente? Non è la musica il centro della vita di Pino Daniele? E se anche la vita intima è stata motivo di profondo dolore e insicurezza, perché allora anche questa sembra restare a margine?