Nei primi minuti dell’ultimo film di Na Hong-jin lo spettatore plana tra alte montagne e folti boschi, atterrando su un’autostrada che incrocia dei campi in cui giace un toro seviziato circondato da vari uomini della polizia. La situazione e quest’unione tra paesaggio naturalistico, mozzafiato ma tenebroso, e urbano ma desolato fa tornare alla mente la Georgia di The Walking Dead, la Louisiana della prima stagione di True Detective e il confine tra lo stato di Washington e il Canada di Twin Peaks. Questi non sono gli unici riferimenti di cui si sentirà una fastidiosa eco nelle vicende che sconvolgeranno Hope Harbour, la cittadina in cui è ambientato uno dei titoli in concorso a Cannes 79.

L’apocalisse in atto è assodata, non è dato sapere niente che vada oltre efficaci slogan che è possibile leggere ovunque, del tipo «denuncia le spie» o «proteggiamo la nazione dalle infiltrazioni», e la desolazione, la sporcizia, la distruzione. Sporadicamente si scorge qualche civile, tendenzialmente sotto forma di cadavere o ferito e in cura in una scuola divenuta pronto soccorso, e dei vigilantes, retaggio dell’organo di polizia istituzionale. Come se non bastasse, questa apparente normalità viene scossa dalle evidenti tracce di una creatura mostruosa che miete vittime animali appunto ma anche umane.

Na Hong-jin in una filmografia composta da quattro opere non è mai sceso sotto le due ore di durata, prendendosi il tempo di sviluppare le trame e le atmosfere dei generi che ha interpellato sino ad ora, cioè il thriller, il poliziesco, che sposano l’horror in Goksung (2016). Non lo vedevamo da allora, decide così di completare la metamorfosi e di abbandonare, o meglio distruggere, lo sfondo metropolitano per addentrarsi nei confini tra l’antropocene e la natura più incontaminata. Forse rimane il mistero, l’indagine svolta dal commissario Bum-seok (Hwang Jung-min, alla seconda collaborazione con il regista, dopo Goksung) per riuscire a vedere, a comprendere e a sconfiggere questa creatura che ha deciso di vessare la minuscola cittadina già mal combinata.

Come sempre nei film di Na, i personaggi si muovono, anzi corrono, sul filo del rasoio. Urla, pianti, imprecazioni, sangue, fluidi (e solidi) corporei sono programmate per esorcizzare, tra "spavento" e risa, gli estremi sopiti di ciascun individuo, per sfogarli. Come le lunghissime scene in macchina, che pericolosamente sfreccia sulle autostrade vuote e circondate da una natura incontaminata, inseguita dal mostro. La natura quindi è sì mostrata in tutta la sua imponenza e maestosità ma è appunto anche incarnata da questo mostro, anzi, questi alieni che lentamente si sveleranno ma di cui si scoprirà davvero poco.

Scomodando E.T. ma anche Incontri ravvicinati del terzo tipo piantando questa navicella spaziale-uovo in mezzo alla foresta, Hope potrebbe non essere altro che un discorso sull’umanità, dimentica della natura, con la quale si comporta da predatrice e colonizzatrice. Sulla speranza appunto che avvenga un cambiamento, che si crei una comunicazione tra le due parti. Questo primo capitolo comunque (perché Na s’immagina una trilogia) getta le basi per un simile confronto: soltanto Bum-seok, a stretto e pericoloso contatto con il mostro della prima metà del film, si è accorto che nonostante la ferocia dai suoi occhi scorrevano lacrime di tristezza. Sono i sentimenti quindi che muovono le azioni difficilissime da decifrare (nonostante un monologo finale, che appunto è incomprensibile ai limiti del ridicolo) di queste creature giganti e dalle mille forme, dei Gormiti che incontrano gli Avatar di James Cameron.

Hollywood entra dalla finestra anche nel cast: Michael Fassbender e Alicia Vikander interpretano i mostri, che in realtà sono alieni, in performance capture. Ma un certo riverbero da supereroe Marvel si scorge anche nella scena dopo i titoli di coda; non parlo di contenuto ma proprio di presenza. Non so se sia la sensazione (sarò elegante) di guardare per due ore e quaranta un gigantesco patchwork che rende Hope un film sciatto e sgravato ma già incoronato capolavoro dagli amanti dell’esercizio di stile, dell’alfabeto del cinema e non del suo linguaggio. Mi consolo così, mentre mi rendo conto di aver perso l’ultima metro per soli dieci minuti e che non arriverò prima dell’una a casa e che la sveglia suonerà comunque alle cinque e mezza: pensando che è snervante quanto strabiliante l’esistenza di infiniti punti di vista e di interpretazioni di uno stesso film. Lo capisco, questa ha tutta l’aria di essere una chiusa paracula. Ma abbiate pietà.